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Macchinari, meccanica, chimica, farmaceutica.… Tutti i vantaggi del Mercosur. Con Barbara Beltrame Giacomello


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L’accordo Mercosur di libero scambio fra Unione Europea, Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay è strategico per l’Italia soprattutto nei segmenti produttivi in cui «esportiamo tecnologia, qualità industriale, capacità di integrare impianti e processi. Macchinari, meccanica, chimica e farmaceutica, sono settori dove ogni barriera in meno significa margini in più per competere». Ma «è strategico anche per l’Europa, perché se l’Europa non riesce a fare accordi, mentre il mondo si riorganizza in blocchi e sfere di influenza, allora condanna la propria industria a competere con una mano legata dietro la schiena». Barbara Beltrame Giacomello è presidente di Confindustria Vicenza. Un territorio in cui le imprese hanno un posizionamento naturale nei settori sopra descritti, per cui il potenziale dell’accordo «è raddoppiare l’export nel medio termine».

Stiamo parlando di un’intesa commerciale che progressivamente abbassa o elimina i dazi e crea una zona di libero di scambio da 720 milioni di consumatori, la più vasta del mondo. Importante per le imprese manifatturiere, anche in ottica di diversificazione nel contesto di guerra commerciale scatenata dalla nuova politica dei dazi Usa, è al centro di una frattura politica tutta interna alla UE che ha rischiato di bloccare tutto. Approvato all’inizio di gennaio dalla Commissione di Bruxelles, il Mercosur poche settimane dopo è stato congelato dal voto del Parlamento europeo, che ha chiesto l’intervento della Corte di Giustizia per verificare la compatibilità con i Trattati comunitari. Uno stop che rischiava di protrarsi per anni.

Ora la situazione si è sbloccata: il 27 febbraio la presidente dell’esecutivo comunitario, Ursula von der Leyen, ha annunciato l’entrata in vigore provvisoria con i singoli paesi che firmano. Lo hanno già ratificato Uruguay e Argentina,  l’esecutivo comunitario prevede che stiano per fare altrettanto anche Brasile e Paraguay. Sono necessari alcuni passaggi attuativi: il Mercosur sarà operativo il primo giorno del secondo mese successivo a quello in cui verranno formalizzati tutti i documenti. Dario Fabbri, direttore della rivista Domino, definisce l’accordo Mercosur un imperativo geopolitico più che commerciale: serve all’Europa per garantirsi materie prime e mercati di sbocco, sottraendo il Sudamerica all’influenza di Cina e Stati Uniti.

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In questa intervista con la dirigente confindustriale, nonché vicepresidente dell’azienda siderurgica Afv Gruppo Beltrame, cerchiamo di analizzare i benefici dell’accordo nell’attuale scenario internazionale, nel quale gli Stati Uniti restano un partner commerciale fondamentale «e nessuno ragionevole pensa di “sostituirli”». Ma sono cambiati gli equilibri, perché «la politica commerciale è tornata a essere uno strumento di pressione, e quindi la strategia lungimirante è ridurre la vulnerabilità». In ottica di diversificazione l’Europa oltre ad aver accelerato sul Mercorsur dopo 20 anni di trattative inconcludenti, ha anche siglato una partnership di libero scambio con l’India. Ma andiamo con ordine.

D: Presidente Beltrame, che importanza strategica ha per l’Italia questo accordo fra UE e paesi Mercosur?

Barbara Beltrame Giacomello, presidente di Confindustria Vicenza e vicepresidente di Afv Gruppo Beltrame.

R: È strategico perché oggi il commercio non è più solo commercio: è sicurezza economica, diversificazione del rischio, capacità di tenere in piedi produzione e lavoro quando i mercati tradizionali rallentano o mettono barriere. Per un Paese come l’Italia, secondo manifatturiero d’Europa, l’export non è un “di più”: è una componente che sostiene l’economia reale. Quindi un accordo che riduce attriti e dazi significa competitività concreta, non ideologia. E aggiungo: è strategico anche per l’Europa, perché se l’Europa non riesce a fare accordi, mentre il mondo si riorganizza in blocchi e sfere di influenza, allora condanna la propria industria a competere con una mano legata dietro la schiena.

D: Quali sono i settori su cui impatta maggiormente questo accordo di libero scambio?

R: L’Italia può guadagnare di più dove esportiamo tecnologia, qualità industriale, capacità di integrare impianti e processi. Macchinari, meccanica, chimica e farmaceutica sono settori dove ogni barriera in meno significa margini in più per competere, e dove le imprese vicentine e venete hanno un posizionamento naturale. Il potenziale per Vicenza è di raddoppiare l’export nel medio termine, ma la verità è che il “potenziale”, finché non si inizia a lavorare con le nuove regole stabilite e certe, non ci interessa. Noi siamo gente concreta, vogliamo lavorare

D: Presidente Beltrame, lei dopo lo stop di fine gennaio determinato dal voto del Parlamento Europeo ha parlato di sabotaggio. Cosa intendeva dire?

R: Siamo in un momento storico in cui il commercio mondiale vede mercati tradizionali che alzano barriere e gli scambi internazionali diventano armi geopolitiche. In questo contesto, ogni spazio di apertura commerciale non è un favore alle imprese: è una necessità strategica. Gli ostacoli, quindi, non sono “tecnici”: sono politici, e sono due. Il primo è l’uso strumentale delle sedi europee per costruire consenso interno, scaricando il costo su chi esporta e produce. Il secondo è il riflesso automatico del rinvio, del “rimandiamo, approfondiamo, vediamo”, mentre fuori dal palazzo la realtà corre e la Cina è un competitor che avanza su tantissimi fronti.

D: Nell’ambito di questo complicato iter di ratifica si è creata una sorta di contrapposizione fra agricoltura e industria, che ha richiesto un provvedimento sempre del Parlamento europeo a tutela delle filiere agroalimentari che temevano la concorrenza sudamericana. Non le sembra un po’ anacronistica nel terzo millennio questa situazione?

Ursula von der Leyen,

R: È una contrapposizione che non fotografa più la realtà. Le filiere non vivono in compartimenti stagni: l’agroalimentare è anche trasformazione, logistica, packaging, macchine, energia, tecnologia; e la manifattura vive di qualità, territori, reputazione e catene del valore che includono l’agricoltura. Il problema non è scegliere chi “vince” tra due mondi: il problema è costruire regole serie e applicabili, che proteggano dove serve senza bloccare tutto. Il piccolo rinvio di dicembre 2025 doveva servire proprio a trovare un compromesso con le organizzazioni europee che rappresentano gli agricoltori, che dall’Europa ricevono davvero molto. Pareva, anche a suon di miliardi di euro oltre che di tutele d’altro tipo, che si fosse raggiunto. Noi eravamo pronti a partire, anche la Commissione lo era. Poi la miopia di alcuni e lo sciacallaggio elettorale di altri hanno fermato tutto.

D: La guerra commerciale scatenata dai dazi Usa ha impresso un’accelerazione verso altri mercati che non riguarda solo il Mercosur. L’Europa sempre in gennaio ha firmato un accordo di libero scambio anche con l’India. Che importanza ha questa intesa per  l’industria italiana?

R: L’India è importante per un motivo molto semplice: è un mercato con potenzialità enormi e, soprattutto, è una leva di diversificazione dell’export. Io ho detto chiaramente che l’India va guardata anche in questa chiave: ridurre dipendenze e allargare il perimetro dei mercati dove crescere. E in un contesto di dazi e instabilità, la diversificazione non è un lusso: è gestione del rischio industriale.

D: Come Confindustria, avete già in programma delle azioni conseguenti a questo accordo con l’India?

R: Sì, ci stiamo già lavorando, ma con un approccio molto concreto e poco “da annuncio”. La relazione con l’India, per noi, non nasce oggi: a fine 2025 abbiamo ospitato in Confindustria Vicenza l’Ambasciatrice dell’India in Italia, S.E. Vani Rao, insieme al Console Generale a Milano Lavanya Kumar. È stato un incontro molto operativo, con imprenditori vicentini già presenti o interessati al subcontinente, e con un messaggio chiaro della delegazione: venite a vedere sul campo, perché le opportunità ci sono, ma vanno valutate direttamente, anche in ottica di presidio dell’Asia. Da lì abbiamo deciso di fare un passo successivo, coerente con quello che diciamo sempre: gli accordi contano se diventano relazioni industriali reali. Per questo stiamo preparando una missione imprenditoriale, con un’agenda snella sul piano istituzionale e molto più focalizzata su visite, incontri e momenti di lavoro con realtà industriali e tecnologiche locali. L’idea è andare a capire dove si stanno formando i distretti più interessanti, quali filiere stanno crescendo davvero e dove possono nascere collaborazioni credibili. Il nostro territorio è fatto di imprese che non cercano scorciatoie: cercano mercati, partner affidabili e condizioni per investire con razionalità. E l’India, oggi, è un interlocutore che può offrire sia domanda sia opportunità di collaborazione, soprattutto in alcune filiere che per Vicenza sono naturali: meccanica, energia, agritech e trasformazione alimentare, infrastrutture e ingegneria. L’obiettivo è uno solo: trasformare un potenziale geopolitico e commerciale in contatti, progetti e lavoro misurabili per le imprese.

L’accordo Mercosur di libero scambio fra Unione Europea, Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay è strategico per l’Italia soprattutto  nei segmenti produttivi in cui «esportiamo tecnologia, qualità industriale, capacità di integrare impianti e processi. Macchinari, meccanica, chimica e farmaceutica, sono settori dove ogni barriera in meno significa margini in più per competere

D: Attualmente l’export nei confronti delle economie Mercosur vale più del doppio rispetto a quello verso l’India (intorno ai 12 miliardi, contro 5). I due accordi come potrebbero impattare su questi numeri?

R: Mercosur e India agiscono in modo diverso. Mercosur può sbloccare più rapidamente opportunità in settori dove le barriere oggi pesano e dove le imprese italiane sono già presenti o possono entrare con relativa velocità. L’India, invece, è una traiettoria di medio periodo: potenziale enorme, ma richiede investimento commerciale, presenza, pazienza e un ecosistema di supporto.

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D: Allargando lo sguardo all’intero contesto di conflitti commerciali, gli Stati Uniti sono la prima destinazione di export extra UE per molti settori industriali fondamentali, a partire da machinery e acciaio. Questi rapporti non rischiano ora di indebolirsi? E’ una strategia lungimirante?

R: Gli Stati Uniti restano centrali, e nessuno ragionevole pensa di “sostituirli”. Ma oggi l’equilibrio è cambiato: la politica commerciale è tornata a essere uno strumento di pressione, e quindi la strategia lungimirante è ridurre la vulnerabilità. Avere alternative non significa rinunciare a un mercato: significa stabilizzare produzione e occupazione quando un mercato diventa più volatile o più costoso. E significa anche pretendere che l’Europa faccia la sua parte: non possiamo presentarci in un mondo duro con un sistema che, internamente, rallenta gli investimenti e moltiplica passaggi. In un contesto così, ogni shock esterno pesa il doppio.

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D: E per quanto riguarda la Cina, gli accordi con altri paesi possono rendere più competitive le imprese italiane rispetto a quelle cinesi?

R: Possono aiutarci, perché riducono barriere e aprono spazi dove competiamo anche con la Cina. Ma sarebbe ingenuo pensare che basti. Poi, il problema principale con la Cina è il loro ingresso massivo, per molti punti di vista perlomeno discutibile, in Europa, non tanto la competizione fuori.

D: Questi accordi hanno un valore anche in chiave di approvvigionamento di materia prime e terre rare?

Il presidente cinese Xi Jinping.

R: Hanno valore, perché in un mondo frammentato l’accesso alle materie prime critiche è un tema industriale, non solo commerciale. Ma non possiamo illuderci che basti una firma per risolvere dipendenze strutturali. Serve una strategia europea di filiera: diversificare fornitori, creare accordi mirati, investire nel riciclo e, soprattutto, avere capacità industriale di trasformazione in Europa. Le terre rare sono l’esempio perfetto: se non costruiamo catene del valore, restiamo dipendenti anche se “compriamo” da più paesi.

D: L’Europa ha una vocazione manifatturiera, messa in crisi dalle tensioni geopolitiche e non solo. Oltre agli accordi commerciali, quali altre strategie deve perseguire per alimentare la crescita?

R: Gli accordi sono determinanti, ma non sono sufficienti. Io comunque credo che l’industria non chieda protezione permanente né scorciatoie: chiede un contesto governato, razionale, prevedibile, tempi certi, regole stabili, burocrazia che non diventi un veleno che consuma la capacità di produrre valore. E chiede una cosa molto semplice: scegliere l’industria deve significare scegliere il futuro, non solo nei discorsi, ma nelle decisioni attuative, nei decreti, nelle procedure. Se l’Europa vuole restare manifatturiera, deve unire apertura esterna e forza interna.



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