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Barili, gas, capitali. Le banche traballano, lo shock finanziario diventa più probabile


Fino a dove si spingeranno il prezzo del barile e del gas. Ma anche quanto durerà il blocco dello Stretto di Hormuz. E dove arriveranno i costi di assicurazione marittima e di trasporto. Poi: quali infrastrutture energetiche o civili verranno prese di mira dai raid iraniani. Infine: con quale velocità l’Europa darà fondo ai suoi stoccaggi di metano. È un’equazione con variabili impazzite quella che tiene alta l’attenzione di mercati e analisti, dopo l’operazione su vasta scala lanciata da Stati Uniti e Israele contro Iran che sta incendiando il Medio Oriente. Si è in stato di allerta massima, gli scenari mutano da severo a grave. Il blocco dei traffici – nel punto di strozzatura da cui transitano il 20% del petrolio e di raffinati e una quota analoga di gas naturale liquefatto immessi nel mercato globale – sta alimentando il timore inconfessabile tra gli osservatori: il contagio finanziario. La strategia di Teheran di alimentare la perturbazione trascinando nel conflitto tutti i vicini del Golfo sta producendo effetti dirompenti: l’Arabia Saudita ha sospeso in via precauzionale a Ras Tanura, una delle più grandi raffinerie della regione, con una capacità di 550.000 barili al giorno, terminale di esportazione fondamentale per il greggio saudita. Dopo gli attacchi a due impianti nel nord del Qatar, secondo produttore al mondo di gas liquefatto, Qatarenergy ha deciso di interrompere la produzione di gnl e anche dei prodotti downstream, come urea, polimeri, metanolo, alluminio e altri. Interruzioni temporanee possono irrigidire significativamente gli equilibri globali. E i mercati sono costretti a riprezzare ogni rischio. 

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I settori assicurativo marittimo, aeronautico, immobiliare, dei viaggi e della catena di fornitura commerciale ed energetica, insomma tutti i settori dell’economia globale sono correlati e impattati dalle dimensioni e dalla durata del conflitto in Medio Oriente. Ultimo, e non per importanza, c’è il settore del credito, che li riassume tutti. Domenica le borse valori di Arabia Saudita e Kuwait sono rimaste chiuse (il week end lì è composto dal venerdì e dal sabato) ma lunedì sulle piazze globali è stato un bagno di sangue. Quelle energetiche, naturalmente: solo nel primo giorno di guerra a borse aperte il greggio Brent è volato sopra gli 80 dollari al barile, il gas al Ttf di Amsterdam ha guadagnato in una seduta il 44,5%. I mercati azionari sono crollati, con Madrid, Francoforte, Parigi, Londra e Milano in profondo rosso. A fine giornata di lunedì l’indice Stoxx 600 dei principali titoli europei ha bruciato 314 miliardi di euro di capitalizzazione, mentre Wall street dopo un’apertura debole si è mossa a lungo attorno alla parità.

Martedì l’indice di riferimento del Qatar ha perso lo 0,9%, sotto la pressione di un calo del 2,5% della Qatar Islamic Bank. A Muscat, l’indice omanita ha perso oltre l’1% in ampie flessioni, mentre l’indice kuwaitiano ha recuperato le perdite iniziali, guadagnando lo 0,6%. I fondi sovrani del Consiglio di Cooperazione del Golfo possono svolgere un ruolo fondamentale nel sostenere i mercati azionari locali, aumentando la liquidità e impiegando capitale aggiuntivo per rafforzare il sentiment degli investitori. Alcuni listini, come il Tadawul saudita, ha risentito positivamente dei rincari del petrolio sui suoi colossi energetici, come Saudi Aramco, che ha guadagnato oltre il 2% compensando i cali di altri titoli come quelli delle compagnie aeree low cost a carattere regionale. Perdite si sono registrate in Egitto (-5,5% intraday), Oman (-1,4%) e Bahrain (-1%). Nel frattempo, la Securities and Commodities Authority degli Emirati Arabi Uniti ha dichiarato che l’Abu Dhabi Securities Exchange e il Dubai Financial Market rimarranno chiusi martedì, dopo lunedì, citando il suo mandato di vigilanza e regolamentazione sui mercati dei capitali del Paese.

“Stiamo dicendo al nemico che se decide di colpire i nostri centri principali, colpiremo tutti i centri economici della regione”, hanno dichiarato i Pasdaran. “Abbiamo chiuso lo Stretto di Hormuz. Attualmente, il prezzo del petrolio è superiore a 80 dollari e presto raggiungerà i 200 dollari”. 

Il rischio di contagio finanziario inizia a emergere dalle analisi delle compagnie di rating. Secondo S&P Global Ratings, il conflitto in Medio Oriente sta già mettendo sotto pressione i canali di credito in tutti i settori. “Riteniamo che la gravità della situazione sia passata da elevata a grave nei nostri scenari predefiniti e, di conseguenza, sia aumentata la possibilità che si verifichino eventi in grado di indebolire la qualità del credito in tutti i settori”, afferma l’agenzia di rating, evidenziando che “l’intensità e la portata delle azioni militari in Medio Oriente rappresentano una grave escalation delle ostilità”. “La sospensione della maggior parte delle spedizioni attraverso lo Stretto di Hormuz e l’aumento dei prezzi del petrolio Brent e del gas naturale liquefatto sul mercato over-the-counter sono forse le risposte più concrete del mercato al conflitto finora”, spiega S&P.

Per l’agenzia, lo scenario di base rimane quello di un conflitto militare relativamente breve. Ma più che uno scenario, è una speranza. L’estensione del conflitto, allo stato attuale appare più ampia rispetto alla guerra di 12 giorni di giugno scorso. Anche l’intensità e la portata geografica degli attacchi “sono molto più ampie rispetto a quelle osservate” nell’estate 2025.  “Le significative differenze geografiche tra i paesi della regione influenzeranno la loro vulnerabilità alle interruzioni della supply chain al conflitto in generale. L’aumento dei prezzi del petrolio andrebbe generalmente a vantaggio dei produttori di idrocarburi, anche se ciò dipenderà dalla durata dell’ostruzione dello Stretto di Hormuz”. S&P insomma ritiene “improbabile un blocco prolungato dello stretto, data la consistente presenza militare statunitense nella regione”. Tuttavia, aggiunge, “l’esposizione a una chiusura è maggiore per Iraq, Bahrein, Qatar e Kuwait, che dipendono fortemente da questa rotta”.

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Un rischio però sta montando. Non solo perché i missili lanciati da Teheran sui palazzi e hotel di Dubai, simboli del connubio tra l’opulenza mediorientale e il consumismo globale di lusso, possono in poche settimane annientare tutti gli sforzi condotti finora dagli arabi di costruirsi l’immagine di rifugio sicuro per i grandi patrimoni mondiali e i loro munifici detentori nell’infernale terra di guerre tra sciiti e sunniti. La paura è la fuga di capitali, il vero motore dello sfarzo emiratino e non solo. S&P ritiene che “il rischio di deflusso di capitali sia aumentato per gli istituti finanziari, comportando un rischio maggiore per le banche della regione”. “Prevediamo che le condizioni di credito per gli assicuratori con rating rimarranno sostanzialmente stabili nel breve termine, sostenute dai solidi utili degli ultimi anni che hanno portato a un accumulo di riserve di capitale. Tuttavia, osserviamo che un conflitto prolungato potrebbe frenare le prospettive di crescita e gli utili di tutti gli assicuratori della regione”.

Anche per Moody’s non gira bene. Se la guerra durerà più di un mese, l’impatto non sarà solo sul credito sovrano dei Paesi della regione o sui titoli dell’energia e della difesa. Anzi, le banche “sarebbero esposte a un’attività economica più debole, a una ridotta propensione degli investitori e a potenziali pressioni sulla liquidità, soprattutto nei sistemi che dipendono da depositi non residenti e sono sensibili agli sviluppi geopolitici”, si legge in un report dell’agenzia di rating. Per le compagnie assicurative del Medio Oriente, il principale canale di trasmissione sarebbe “il rischio di mercato sugli asset investiti, poiché le interruzioni delle esportazioni di petrolio e gas e del turismo potrebbero deprimere i prezzi degli asset locali, in particolare quelli immobiliari”.

Ma l’effetto contagio, se prolungato, rischia di far danno ovunque. “La guerra potrebbe avere un impatto significativo sull’economia globale”, ha detto Dan Katz, vicedirettore generale del Fondo Monetario Internazionale, “ma è ancora presto per valutare”. Lunedì banche e assicurazioni europee quotate all’indice Stoxx 600 hanno perso rispettivamente il 3,2% e l’1,7%. Gli istituti di credito del vecchio continente continuano a perdere oltre il 4% martedì. Ma non sono le uniche a piangere. Come riporta Bloomberg, le banche asiatiche e cinesi, principali finanziatori del Golfo, hanno erogato prestiti per oltre 15 miliardi di dollari lo scorso anno – un record assoluto e il triplo rispetto all’anno precedente – con la maggior parte del capitale confluito in Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Ora, l’estensione del conflitto rischia di rimodellare le strategie di finanziamento e creare ulteriore incertezza per le banche particolarmente esposte alla regione attraversata da bombe, missili e droni.

Abu Dhabi National Oil, il più grande produttore di petrolio degli Emirati Arabi Uniti, ha sospeso i piani per la commercializzazione della sua prima obbligazione denominata in yuan, che avrebbe potuto raccogliere fino a 14 miliardi di yuan, pari a due miliardi di dollari. I credit default swap (derivati che coprono il rischio di un eventuale fallimento) sul debito asiatico di alta qualità si sono ampliati di circa 4 punti base lunedì, il movimento più significativo da settembre, secondo gli operatori interpellati da Bloomberg. Tra questi, la Cina rischia di essere la più esposta, perché lo è anche dal punto di vista energetico. Perse gran parte delle forniture di greggio venezuelano dopo la deposizione di Nicolas Maduro, con la caduta del regime di Teheran Pechino rischia di perdere anche un milione e mezzo di barili al giorno forniti solo dall’Iran, da aggiungere a quelli che acquistava dagli altri Paesi del Golfo attualmente impossibilitati a esportare per il blocco di Hormuz. Oltre, poi, al Gnl del Qatar, di cui lo scorso anno è stato il principale cliente: su oltre 80 milioni di tonnellate di gnl esportate globalmente da Doha, più di venti sono approdate presso i rigassificatori lungo le coste mandarine. 

Benché più esposta, in caso di contagio nessuno è al riparo: “Questa crisi mediorientale gravissima costa su imprese, servizi e banche, ci sono dei rischi di stabilità economica e finanziaria da non sottovalutare già da subito”, ha avvertito il presidente dell’Abi Antonio Patuelli, al 130esimo Consiglio nazionale Fabi. “Se le borse vanno giù a precipizio come stanno andando da qualche giorno” a causa della guerra, la gestione del risparmio quei miracoli che ha fatto negli ultimi anni non li fa. Di conseguenza, primum vivere: dobbiamo vedere risolta questa vicenda della guerra”.

Le Borse europee hanno chiuso in profondo rosso. A Londra l’indice Ftse 100 ha ceduto il 3,13% mentre a Francoforte il Dax ha perso il 3,84% e a Parigi il Cac40 è arretrato del 3,5%. Maglia nera di giornata per l’Ibex35 a Madrid che lascia sul terreno il 4,67%. Giornata molto negativa anche per Milano che segna -3,92%. Al Pentagono però le ricadute finanziarie interessano poco: “Siamo solo all’inizio di questa campagna militare”.



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