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Porti, le proposte di Ancip per rinnovare la legge del ’94


L’associazione che riunisce le compagnie portuali: “Sono misure immediatamente applicabili senza la necessità di ulteriori risorse”

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Roma – Nel pieno di una fase di incertezza sul futuro della riforma portuale approvata dal Consiglio dei ministri lo scorso 22 dicembre 2025 e della quale, a oggi, non è ancora chiaro l’iter parlamentare né l’esito finale, il cluster marittimo torna a muoversi con iniziative autonome e tecnicamente mirate. In questa direzione si colloca il pacchetto di proposte emendative predisposto da Ancip, l’associazione nazionale compagnie imprese portuali, “che punta a intervenire in modo chirurgico sull’assetto vigente senza metterne in discussione l’impianto”, si legge nella nota in cui si spiega che le proposte “non sono una contro-riforma, né un intervento alternativo, ma una manutenzione evolutiva del mercato portuale disciplinato dalla legge speciale del 1994. Una scelta che ha anche un evidente significato politico. In un momento in cui il riordino complessivo del settore resta sospeso tra aspettative e incognite, Ancip propone misure immediatamente applicabili, molte delle quali a saldo invariato per la finanza pubblica, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare omogeneità, certezza regolatoria ed efficienza operativa”.

Il presupposto di fondo è chiaro: il porto italiano continua a configurarsi come un mercato regolato complesso ma sostanzialmente solido, nel quale l’equilibrio tra imprese autorizzate, terminalisti, fornitori di lavoro temporaneo e concessionari di servizi di interesse economico generale ha garantito negli anni livelli elevati di performance e flessibilità. Proprio per questo, secondo l’impostazione dell’associazione, non serve una demolizione dell’architettura esistente, bensì un aggiornamento selettivo capace di correggere le disomogeneità applicative emerse tra i diversi scali. Una parte rilevante delle misure proposte nasce peraltro da un confronto già avviato con le altre associazioni datoriali del cluster e con le organizzazioni sindacali, elemento che rafforza il peso politico dell’iniziativa. In questo perimetro condiviso rientrano interventi attesi da tempo, come la piena operatività del fondo di accompagnamento all’esodo pensionistico, il riconoscimento di specifici profili portuali tra i lavori usuranti e la razionalizzazione dei criteri di aggiornamento dei canoni concessori. Tutti dossier che mirano, in ultima analisi, a rendere più uniforme e prevedibile il funzionamento del sistema su scala nazionale.

Accanto a questo nucleo trasversale, Ancip ha inserito proposte più mirate, legate alle specificità operative delle imprese rappresentate ma comunque coerenti con l’interesse generale del sistema. Tra queste emerge con forza la richiesta di chiarire in modo definitivo la competenza esclusiva delle Autorità di sistema portuale nella regolazione del mercato portuale locale, così da ridurre sovrapposizioni istituzionali che negli anni hanno generato contenzioso e incertezza.

Nella stessa logica si colloca la spinta verso una ricomposizione organica della disciplina dei servizi portuali, anche attraverso l’accorpamento concettuale delle attività oggi frammentate e una conseguente omogeneizzazione della tariffazione. L’obiettivo dichiarato è evitare discrasie interpretative tra porti, emblematico il caso del rizzaggio e derizzaggio, che possono tradursi in vantaggi competitivi impropri o in pratiche di autoproduzione difficilmente giustificabili sul piano sistemico. In questo quadro si inserisce anche la proposta di una nuova e più uniforme articolazione della normativa secondaria ministeriale e il rafforzamento del ruolo strategico del Piano dell’organico del porto come strumento di equilibrio del mercato del lavoro.

Particolare attenzione è dedicata al tema degli appalti tra terminalisti e imprese portuali, dove si punta a un allineamento pieno con il nuovo codice dei contratti pubblici per prevenire fenomeni distorsivi, a partire dalla somministrazione fraudolenta di manodopera. Sul versante delle imprese fornitrici di lavoro temporaneo, il pacchetto interviene invece per rendere finalmente esigibili gli strumenti di sostegno già previsti dalla normativa, strutturare meccanismi perequativi nelle fasi di calo dei traffici ed ampliare, in chiave di flessibilità,  le possibilità di impiego delle maestranze anche verso attività funzionalmente connesse allo scalo.

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Un capitolo significativo riguarda poi le imprese concessionarie di servizi di interesse economico generale, sempre più centrali nella catena del valore portuale. Qui le proposte puntano a un riordino complessivo della disciplina, all’allineamento contrattuale dei lavoratori al Ccnl di settore e al riconoscimento formale del loro ruolo nella governance, anche attraverso l’ingresso nell’Organismo di partenariato della risorsa mare.

Nel loro insieme, le misure delineano una linea politica precisa: rafforzare il modello portuale esistente rendendolo più uniforme, leggibile e competitivo, senza attendere i tempi, oggi incerti, della riforma organica. È una strategia pragmatica che, non a caso, si accompagna alla richiesta formale di aprire un confronto istituzionale con Governo, Parlamento e cluster marittimo.

Il messaggio che arriva dal settore sembrerebbe essere duplice. Da un lato c’è la conferma che il sistema portuale italiano continua a reggersi sulla qualità del proprio capitale umano e imprenditoriale, nonostante uno scenario geopolitico e competitivo sempre più complesso. Dall’altro emerge la consapevolezza che proprio questa fase impone un’evoluzione mirata e non più rinviabile delle regole di funzionamento.

“In attesa di capire quale sarà il destino della riforma approvata a dicembre dal Consiglio dei ministri, il cluster prova dunque a muoversi in anticipo. E lo fa con un’impostazione che potrebbe rivelarsi politicamente rilevante: non cambiare tutto, ma far funzionare meglio ciò che già c’è”, conclude Ancip.



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