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Fondo Fsi, Harvard gli dedica uno studio di 27 pagine: «Alleato degli imprenditori, è un modello di crescita»


di
Alessandra Puato

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L’università Usa ha pubblicato un case study sul «più grande investitore europeo dedicato a un solo Paese, l’Italia». In 15 anni ha allocato più di tre miliardi in 25 aziende, «tutti con ritorni fra due e cinque volte il capitale»

All’Harvard Business School l’hanno chiamata «Fsi business investment philosophy», la filosofia d’investimento di Fsi. Accompagnare le aziende familiari alla crescita, affiancando gli imprenditori nel capitale in modo graduale, senza prevaricare. È il modello del fondo guidato e fondato da Maurizio Tamagnini, che ha in portafoglio oggi Bancomat, Missoni, Numia, Kedrion, Casalasco, Nice, Alkemy-Retex e in passato ha investito in aziende come Cedacri, Cerved, Anima, Adler Pelzer, Lynx, Lumson. Tamagnini è appena tornato dalla California, il 6 marzo ripartirà per gli Stati Uniti. Va a Boston per parlare all’Harvard Business. Presenta una ricerca che lo riguarda. Da aprile a luglio 2025 una squadra dell’ateneo americano, guidata dall’economista Josh Lerner, docente di Investment banking e autore di ricerche sul capitale di rischio, è stata a Milano, nella sede di Fsi, per studiare il metodo di lavoro del fondo.
Lerner è autore, fra l’altro, del libro «Boulevard of broken dreams», il viale dei sogni perduti, sottotitolo: «Perché gli sforzi pubblici di spingere l’imprenditoria e il venture capital sono falliti e come rimediare». Dall’indagine è nato un case study di 27 pagine, pubblicato dall’Harvard Business School e firmato da Lerner con il ricercatore Samuel L. Holt. Titolo: «Fsi: innovazione e crescita nel private equity».

Verso il quarto fondo

«Ci hanno cercato loro — dice Tamagnini —. Con il team Fsi e con circa quattro miliardi raccolti finora, al 60% da investitori esteri (fra gli altri Temasek e Kia, i fondi sovrani dei Singapore e del Kuwait, ndr.), siamo il più grande investitore europeo di capitale per la crescita dedicato a un solo Paese, l’Italia». La medaglia arriva in un momento di espansione. «Stiamo valutando di avviare il quarto fondo, concentrato sui settori prioritari  del rapporto Draghi – dice Tamagnini —. Investiamo soprattutto in tecnologia, cioè trasformazione digitale e fintech, e farmaceutica-scienze della vita. Sono i due settori che permettono alla nostra economia di aumentare la produttività. Qui vediamo una pipeline ricca, estremamente interessante perché in Italia abbiamo forti competenze tecniche».





















































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Alternativa

Lo studio dice che Fsi ha costruito una formula d’investimento allineata con le esigenze del tessuto economico italiano: in minoranza, in partnership con le famiglie fondatrici, senza mettere debito nell’azienda, in grado di far maturare la governance e supportare i processi di successione. «È un’alternativa al private equity tradizionale — dice la relazione —. Il successo è basato sulla filosofia distintiva di partnership e sulla capacità di generare investimenti bilaterali e valore».

Pochi campioni nazionali

Il punto è che in Italia i campioni nazionali sono ancora pochi e l’apertura del capitale è rara: soltanto 900 aziende, su novemila con ricavi compresi fra i 50 milioni e i due miliardi, hanno accolto azionisti esterni, dice una nota di Fsi su dati Pitchook, Mergermarkets e Orbis al giugno 2025. È il 10%. Era il 5% nel 2019, la quota è raddoppiata in sei anni, ma il dato resta inferiore a Germania (13%), Spagna (16%), e Francia (18%). «Eppure l’Italia è fra i maggiori esportatori mondiali, leader in diverse categorie di prodotto — dice Tamagnini —. Le nostre piccole e medie imprese sono interessanti per gli investitori esteri. Con Fsi diamo loro benzina per crescere senza che debbano ricorrere al debito. La nostra filosofia è unica. Diamo i contenuti, la connettività globale. E mettiamo a loro disposizione un forte comitato strategico» (fra gli altri, comprende il progettista del primo microprocessore Federico Faggin, il ceo di Avio Giulio Ranzo, il direttore scientifico dell’Humanitas Alberto Mantovani, l’ex ministra e presidente del Cnr Maria Chiara Carrozza).
La strada è stretta ma aperta, perché «l’invecchiamento degli imprenditori di prima e seconda generazione renderà l’apertura del capitale ineluttabile». E «gli investimenti in capitale per la crescita sono ancora sottopesati», dice Tamagnini, c’è spazio per crescere: sono fermi allo 0,33% del Pil in Italia meno della media Ue (0,46%) e metà della Francia che tocca lo 0,74%, (dati Fsi-Invest Europe).

Investimenti 

In circa 15 anni il team di Fsi — calcolando anche quando era Fondo strategico italiano, dal 2011 al 2017, partecipato da Cdp — ha investito più di tre miliardi in 25 aziende italiane, dice il report di Harvard. Dal momento dell’ingresso del fondo nelle aziende a oggi (dati 2025)  fino all’uscita del fondo dal capitale (si considerano i valori aggregati fra le aziende ancora partecipate da Fsi e quelle cedute), i ricavi delle imprese nel portafoglio sono più che raddoppiati da sette a 15 miliardi, acquisizioni incluse. Inoltre il margine operativo lordo è salito da 1,2 miliardi a tre miliardi, i dipendenti sono aumentati da 70 mila a 80 mila. E l’export sui ricavi è salito a dal 50 al 70%. «La formula è “produci qui e vendi fuori” modernizziamo le aziende», dice il ceo di Fsi. La ricerca cita anche i ritorni del fondo, non speculativo, con minore volatilità: tutti gli investimenti di Fsi a oggi hanno reso fra due e cinque volte il capitale investito, «mentre il 26% dei fondi di private equity nel mondo hanno avuto ritorni inferiori all’investimento».

I risultati

Tamagnini cita qualche risultato, fra le aziende in portafoglio. In Kedrion, il team di Fsi è entrato nel 2012 a fianco della famiglia Marcucci. Inizialmente aveva il 25%, poi è salito, ora dichiara una «quota di minoranza qualificata». «Nel 2012 Kedrion fatturava 280 milioni con un Ebitda di 75 milioni, nel 2024 aveva un giro d’affari di 1,6 miliardi con un margine operativo lordo di 280 milioni — dice Tamagnini —. È passata da 1.200 addetti a 5.500». Altro esempio è Bancomat, investimento del 2023 (oggi Fsi ha il 44,8%): «Nel 2022 Bancomat aveva un Ebitda di 14 milioni, per il 2025 è previsto il raddoppio a 30», grazie alle acquisizioni e agli accordi. È attesa una spinta ulteriore dopo la firma, il 3 febbraio, dell’intesa con i circuiti europei per una rete Ue dei pagamenti alternativa a Visa e Mastercard.
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