I centri storici italiani sono a un bivio: recuperare identità e funzione sociale oppure soccombere all’avanzata delle nuove modalità di consumo, all’inerzia e alla scarsa visione delle amministrazioni locali. È la posizione espressa da Confcommercio Sud Sardegna, che denuncia le criticità che in tutto il Paese stanno frenando il rilancio dei cuori urbani.
“Le città italiane sono arrivate a un punto di non ritorno: in pochi anni abbiamo perso 120 mila negozi nei centri storici e con loro un pezzo di identità, di lavoro e di memoria collettiva”. È l’allarme lanciato da Emanuele Frongia, presidente di Fipe Sardegna, che durante l’evento “Centri storici – analisi e futuro” ha chiesto alle amministrazioni “un segnale forte e immediato” per invertire la rotta e archiviare la stagione delle scelte calate dall’alto sulla rigenerazione urbana e sul commercio di prossimità. Un’esigenza che, secondo Frongia, trova un esempio concreto nell’esperienza del Centro commerciale naturale di Marina, “specchio del sentimento diffuso tra operatori e residenti e bene comune dove convivono identità culturale, lavoro e relazioni sociali”.
“Ogni quartiere ha le sue specificità – prosegue – ma c’è un’esigenza che ci unisce: difendere luoghi che sono strumenti di soft power, capaci di promuovere territorio, valori e uno stile di vita italiano. Non parliamo solo di economia, ma di qualcosa che va oltre il bilancio delle imprese. Per questo servono politiche condivise e di reale impatto, costruite insieme a chi quei centri li anima ogni giorno”.
Il calo delle imprese nella città di Cagliari.
Cristiano Erriu della Camera di Commercio di Cagliari e Oristano, intervenuto proprio sui numeri delle imprese nel comune di Cagliari, ha invitato a un’analisi meno ideologica e più basata sui dati: “I centri storici non sono cartoline, ma infrastrutture sociali ed economiche. Le Camere di commercio ci dicono che reggono solo se tornano ad essere abitati e accessibili”.
Un sistema economico locale messo in crisi da tre principali fattori: l’esplosione dell’e-commerce, la desertificazione commerciale e il calo demografico.
“A Cagliari, dal 1991 a oggi, si contano 35 mila residenti in meno, mentre le famiglie aumentano, segno di nuclei più piccoli e fragili – spiega Erriu -. Negli ultimi 15 anni si sono abbassate 1.073 serrande; considerando solo le imprese attive, il saldo è di oltre 1.200 attività in meno. Crescono invece ristorazione e alloggi, con 735 nuove unità, soprattutto seconde case. Calano, inoltre, le imprese giovanili, mentre aumentano quelle straniere nel retail”.
Erriu ha poi individuato quattro ulteriori fattori di rischio per il commercio locale: piattaforme digitali più competitive, concorrenza della grande distribuzione, calo dei residenti e costi insostenibili per le imprese. “Servono indicatori affidabili, un cruscotto di dati per anticipare i trend e governare la complessità”.
Ristorazione in crescita, ma non basta.
Luciano Sbraga, vice direttore nazionale Fipe-Confcommercio, ha poi inquadrato il fenomeno in un contesto più ampio: “Viviamo nell’economia dei servizi, che vale il 74% della ricchezza prodotta. Dal 2008 i nuovi posti di lavoro arrivano quasi solo da lì, mentre calano industria, credito e agricoltura”.
“Le città metropolitane – prosegue – sono il cuore di questo sistema: se non girano le città, non gira il Paese”.
Una strage silenziosa.
Marco Mainas, presidente Confcommercio Sud Sardegna ha poi parlato di “strage silenziosa”: “Dal 2022 stiamo perdendo cinque imprese al giorno e Cagliari rischia di diventare una città monoculturale, basata solo su ristoranti e seconde case: bella da visitare ma senza anima”.
Una città, in sintesi, dove la strage dei negozi di vicinato sta portando alla perdita di presidio sociale e identità urbana.
Accessibilità contro desertificazione.
Aldo Cursano, dal canto suo, ha richiamato l’antico modello italiano dell’“uscio e della bottega”: “La pandemia avrebbe dovuto insegnarci il valore della relazione umana, invece avanzano modelli che producono degrado e illegalità”.
Secondo Cursano, mentre per le periferie si investe in strade e infrastrutture, nei centri si moltiplicano Ztl e divieti: “Quando le luci si spengono perde tutta la città. Gli affitti sono diventati insostenibili e in una città come Firenze si toccano 65 mila euro al mese, senza contare che la concorrenza dell’e-commerce rende impossibile competere con i big player del digitale. L’illegalità – conclude – si combatte con la legalità e con un sistema diverso che rimetta al centro la socialità”.
Aggregazione e nuovi modelli.
Un appello all’autocritica tra gli esercenti è poi arrivato dal presidente COnfcommercio Nuoro-Ogliastra, Agostino Cicalò: “Se il consumatore vive su Amazon, siamo in grado di convincerlo a comprare da noi? Siamo sicuri che la nostra capacità di aggregazione sia soddisfacente rispetto ad altre organizzazioni”.
Meno nel merito dei problemi e più in linea con l’autoreferenzialità e la retorica gli interventi del sindaco di Cagliari Massimo Zedda e dell’assessore regionale al Turismo Franco Cuccureddu: interventi che tra voli pindarici (il primo cittadino non si smentisce) e richiami fuori tema non sono stati particolarmente efficaci per la proposta di soluzioni di impatto. Senza contare che in una città come Cagliari, oltre alla creazione quotidiana di tavoli di discussione poco sostanziali, mancano le basi come la presenza di un osservatorio comunale sui flussi turistici e, dato il terzo mandato del “giovane sindaco”, è poco probabile che la sensibilità verso il commercio locale e la rigenerazione urbana possa cambiare nel principale comune dell’Isola.
Resta sullo sfondo, e non è un dettaglio, il tema dell’autocritica della classe dirigente. Se nel 2026 il dibattito continua a ruotare attorno alle stesse criticità che da anni affliggono il comparto, appare riduttivo attribuire ogni responsabilità ai nuovi modelli di consumo, all’esplosione del digitale o alla scarsa coesione tra commercianti. Il nodo riguarda anche – se non soprattutto – l’assenza di politiche di impatto, la carenza di competenze della classe dirigente e una collaborazione ancora troppo debole tra istituzioni e mondo delle imprese.
Uno sguardo all’azione dell’attuale Giunta regionale, per esempio, sembra confermare questa lettura. Non sono mancati, infatti, segnali di continuità con le gestioni precedenti: dai rapporti difficili tra assessorato al Lavoro e associazioni di categoria, alle criticità irrisolte delle piattaforme digitali utilizzate per l’istruttoria dei bandi destinati alle imprese. Emblematico, in questo senso, il caso del bando Sta.Bi.Le, passato in poche settimane da presunto modello di trasparenza e accesso all’ennesimo cortocircuito che ha alimentato confusione e sfiducia tra gli operatori.
***** l’articolo pubblicato è ritenuto affidabile e di qualità*****
Visita il sito e gli articoli pubblicati cliccando sul seguente link
