Questo capitolo analizza l’evoluzione, le trasformazioni strategiche e le prospettive future dello “Stato islamico” nel quadrante siro-iracheno, con particolare attenzione alle dinamiche che continuano a rendere il gruppo una minaccia rilevante per la stabilità regionale. A partire dalle sue origini nel contesto della destabilizzazione irachena successiva all’operazione Iraqi Freedom del 2003, l’analisi ricostruisce l’ascesa dell’organizzazione, il suo momentaneo consolidamento territoriale culminato nella proclamazione del “califfato” nel 2014 e la successiva perdita del controllo diretto dei territori tra il 2017 e il 2019. L’analisi si concentra quindi sulla fase successiva, evidenziando la capacità del gruppo di adattare la propria postura operativa, di sfruttare vuoti di governance e fratture politiche e di riorientare il proprio baricentro geografico e strategico al fine di comprendere quanto esso continui a essere una minaccia attuale all’interno del quadrante siro-iracheno e oltre.
Le origini dello Stato islamico e la sua ascesa
Le origini del sedicente “Stato islamico” si intersecano con uno degli eventi più drammatici della storia del XXI secolo: l’operazione Iraqi Freedom e la caduta del regime di Saddam Hussein (2003). La destabilizzazione che seguì la caduta del ra‘īs precipitò il paese in una crisi profonda e favorì il consolidamento di molteplici aree di fatto al di fuori del controllo delle autorità di Baghdad. Tra queste, acquisì un peso sempre più determinante la Jazira, compresa tra il Tigri e l’Eufrate. L’area divenne rapidamente un asse decisivo per le forze dell’insurrezione che si andarono a coagulare soprattutto all’interno della comunità arabo sunnita. All’interno del composito fronte insurrezionale, al-Qaeda in Iraq (al-Qā‘ida fī al-‘Irāq, Aqi) si ricavò uno spazio di azione crescente, portando avanti una lotta senza esclusione di colpi contro le forze della coalizione internazionale e le autorità di Baghdad.
Dopo una fase di notevole crescita, a partire dal 2006 l’organizzazione dovette far fronte a una crisi profonda, dovuta tanto all’eliminazione del suo fondatore, Abu Mus‘ab al-Zarqawi, quanto alle sconfitte subite sul campo di battaglia. L’inclusione di parti sempre più ampie dell’insurrezione all’interno dei consigli sahwa sostenuti dagli Stati Uniti avrebbe portato il gruppo – ridenominatosi nel 2006 “Stato islamico in Iraq” (al-Dawla al-Islāmiyya fī al-‘Irāq, Isi) – ad abbandonare molte delle proprie basi operative e a rifugiarsi all’interno del governatorato di Ninive, in una zona compresa tra Mosul e il confine con la Siria. Agli inizi del 2010 Isi appariva a un passo dalla sconfitta, tanto che l’uccisione dei suoi leader, Abu Ayyub al-Masri e Abu ‘Omar al-Baghdadi, venne da molti interpretata come l’anticamera della sua fine[1]. Una previsione, questa, che si sarebbe rivelata completamente errata.
Con la nomina di Abu Bakr al-Baghdadi ai suoi vertici, l’organizzazione entrò in una nuova fase. Dotato di un carisma innegabile e di una visione strategica fuori dal comune, il nuovo amīr riorientò la presenza della formazione eleggendo non più Baghdad a epicentro della propria azione, ma l’intera Jazira, intesa tanto nella sua porzione irachena quanto in quella siriana: un’area che, nella visione geopolitica del gruppo, sarebbe dovuta divenire il centro di gravità del proprio progetto statuale. Diversamente dal passato, al-Baghdadi sfruttò il valore della regione anche sul piano sociopolitico, identitario e geopolitico. Facendo leva sul malcontento diffuso, il gruppo puntò a presentarsi come alternativa a governi accusati di aver marginalizzato le comunità sunnite in Iraq e in Siria, inserendosi sempre più nel composito tessuto locale. L’ascesa della formazione jihadista fu facilitata da un contesto iracheno sempre più critico. Mentre Washington completava il ritiro dal paese (2010), l’Iraq entrò in una nuova fase di instabilità. Il secondo esecutivo di Nuri al-Maliki scivolò verso politiche percepite come sempre più ostili dalla comunità sunnita, contribuendo a creare le condizioni che avrebbero permesso all’Isi di ritornare in molte delle aree dalle quali era stato espulso[2]. Cruciale fu anche la volontà di puntare su segmenti sociali e reti di potere caduti in disgrazia dopo il 2003, ma ancora estremamente influenti e rilevanti sul piano operativo. È in questo contesto che al-Baghdadi cooptò numerosi ex ufficiali del regime di Saddam, il cui ruolo si sarebbe rivelato determinante nell’ascesa della formazione.
Il caos sociopolitico della vicina Siria fece in modo che il raggio d’azione del movimento si allargasse ulteriormente. Nel marzo del 2011 il paese levantino, sottoposto al pluridecennale controllo del regime baathista di Bashar al-Assad, fu investito dai movimenti proto-rivoluzionari delle cosiddette Primavere arabe, originate alcuni mesi prima in Nord Africa. La brutale repressione di ogni forma di protesta da parte di Assad e la rapida militarizzazione delle opposizioni diedero avvio a una lunga guerra civile che prostrò tanto il governo centrale quanto le milizie anti-Assad riunitesi sotto la sigla dell’Esercito siriano libero (Free Syrian Army, Fsa)[3]. In maniera analoga a quanto avvenuto in Iraq, al-Baghdadi seppe sfruttare il vuoto politico e istituzionale per estendere la presenza dell’Isi in Siria e, nell’agosto del 2011, Abu Muhammad al-Jawlani, all’epoca comandante attivo nella provincia di Ninive, varcò la frontiera siro-irachena entrando in contatto con il network salafita-jihadista locale e dando vita a una formazione satellite, denominata “Fronte di soccorso del Levante” (Jabhat al-Nusra li-Ahli al-Shām, Jan)[4]. Al-Nusra si affermò rapidamente come uno degli attori più influenti nel conflitto, anche grazie alla capacità di assorbire e cooptare ampie frange del Fsa, tanto laiche quanto islamiste. I numerosi successi militari – entro la metà del 2013 al-Nusra aveva conquistato la città di Raqqa, oltre a vaste porzioni delle province di Idlib e Aleppo – uniti alla capacità di al-Jawlani di rispondere ai bisogni della popolazione locale attraverso un minimo sistema di welfare, generarono un’inevitabile conflittualità tra al-Nusra e “Stato islamico”.
Nel tentativo di consolidare il controllo sullo scenario jihadista siro-iracheno, nell’aprile del 2013 al-Baghdadi proclamò l’unificazione dei due gruppi e la nascita dello “Stato islamico dell’Iraq e del Levante” (al-Dawla al-Islāmiyya fī al-‘Irāq wa al-Shām, Isis). Tale decisione aprì una frattura senza precedenti all’interno della galassia jihadista: al-Jawlani riaffermò la propria fedeltà ad al-Qa‘ida e ad Ayman al-Zawahiri, primo passo di un percorso che avrebbe condotto al-Nusra a trasformarsi in una formazione pienamente autonoma e indipendente[5]. A seguito della rottura con al-Jawlani, nella prima metà del 2014 l’Isis occupò la valle dell’Eufrate, territorio di importanza fondamentale sotto due aspetti. Sul piano geostrategico, esso si saldava ai territori della Jazira irachena, parte della quale era sotto l’autorità del gruppo, consentendogli di eleggere tali territori a proprio heartland e di presentarsi come un attore semi-statuale[6]. Sul piano ideologico e simbolico, l’abbattimento dei posti di frontiera e del terrapieno che delimitava il confine tra Siria e Iraq – operato con l’impiego di un bulldozer e ampiamente celebrato attraverso la campagna mediatica dal titolo Kasr al-Hudud, “spezzare i confini” – intendeva sancire il definitivo superamento dello schema a matrice occidentale di spartizione del Medio Oriente derivante, secondo i militanti, dagli accordi Sykes-Picot del 1916[7] e, al contempo, rivendicare l’eredità dei califfati islamici medievali, presentandosi come l’unico soggetto legittimato a ripristinare l’unità politica del mondo islamico.
Mentre Isis intensificava la sua presa sulla Siria nord-orientale, a inizio 2014 l’esercito iracheno abbandonava Falluja dopo mesi di proteste che avevano destabilizzato l’intero Iraq centro-occidentale[8]. La bandiera nera del gruppo avrebbe presto finito con lo svettare sulla città. Tutto questo mentre le operazioni del gruppo si estendevano lungo un arco che da al-Anbar a ovest si estendeva alla cintura di villaggi attorno a Baghdad e andava a lambire Diyala a est. Mentre gli sforzi governativi si concentravano sulla difesa della capitale, al-Baghdadi sferrò l’attacco su Mosul. Il 10 giugno 2014, dopo meno di una settimana di scontri, il più grande centro urbano del nord cadeva in mano jihadista: un successo costruito grazie alle capacità belliche della formazione, ma anche all’uso sapiente del terrore e allo sfruttamento dell’ostilità che animava parte delle comunità locali nei confronti della classe dirigente di Baghdad. La conquista garantì risorse eccezionali e un salto di qualità enorme per il gruppo che, il 29 giugno 2014, ratificò il cambio di status con la proclamazione dello “Stato islamico” (IS) e la ricostituzione del califfato.
La costruzione dello Stato islamico fu sin da subito fondata sull’uso della violenza e del terrore: intere comunità furono distrutte o costrette alla fuga. Tra esse è impossibile non menzionare gli yazidi del monte Sinjar e le comunità cristiane delle Piane di Ninive. La scure di IS si abbatté però anche su una parte significativa della comunità sunnita: uccisioni, rapimenti ed espulsioni colpirono prima e dopo la caduta di Mosul tutti coloro che non erano disposti a riconoscere l’autorità del sedicente califfo. Presa Mosul, il movimento cercò di sfruttare l’inerzia dello scontro a proprio vantaggio: le forze armate irachene vennero travolte in molteplici punti e con enorme fatica riuscirono a consolidare un perimetro difensivo attorno alla capitale e a parte dell’Iraq centrale. A nord, i peshmerga dimostravano di reggere l’urto, espandendo al contempo le aree sotto il controllo del governo regionale del Kurdistan iracheno. Nel giro di pochi mesi IS riuscì a estendere il suo dominio su buona parte della Jazira siro-irachena e a porre le basi per un’espansione che avrebbe finito col tracimare in molteplici altri contesti. Tuttavia, proprio l’identificazione con l’heartland sunnita della Jazira si rivelò anche un limite strutturale. L’offensiva iniziò a perdere slancio oltre tale “zona di comfort”: a Samarra e a Diyala, contro forze determinate a difendere territori sciiti; ai margini del Kurdistan iracheno, contro i peshmerga; e a Kobane, in Siria, dove l’IS subì tra 2014 e 2015 una sconfitta inattesa contro le forze curde (Ypg), che sarebbero divenute il nucleo portante delle Forze democratiche siriane (Syrian Democratic Forces, Sdf). Nel biennio successivo, l’intervento della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti – unito alla controffensiva delle Sdf, dell’esercito siriano (e suoi alleati) e di quello iracheno – impegnò su diverse linee del fronte lo Stato islamico che, di fronte a un considerevole spiegamento di forze, cominciò ad arretrare. La campagna anti-IS raggiunse il culmine nel 2017 con la caduta quasi simultanea, dopo un difficile e prolungato assedio, dei due più importanti centri urbani: Mosul (giugno 2017) e Raqqa (ottobre), capitale de facto del “califfato”.
Il fantasma di IS in Iraq[9]
A più di otto anni dalla liberazione di Mosul, lo Stato islamico appare come una pallida ombra del gruppo capace di occupare oltre un terzo della terra dei due fiumi e di mettere in dubbio l’esistenza stessa della sintesi statuale irachena. Eppure, benché le operazioni condotte negli ultimi anni abbiano decimato la sua catena di comando e controllo e diminuito fortemente le sue capacità operative in Iraq, IS continua a rappresentare una minaccia significativa per il futuro del paese[10].
Al di là delle veridicità delle stime secondo le quali IS disporrebbe di poche migliaia di militanti in Siria e Iraq – dati che, a onor del vero, in più di una occasione in passato hanno mostrato tutti i loro limiti – il fatto che il gruppo sia ancora attivo nonostante l’ostilità della società irachena e l’enorme pressione alla quale è stato sottoposto è testimonianza di una resilienza fuori dal comune, oltre che di una matrice ideologica capace di assorbire i rovesci di questi anni. È in questo quadro che le parole pronunciate da Abu Muhammad al-‘Adnani nel 2016, in una fase caratterizzata dal progressivo sfaldamento della presa territoriale di IS in Iraq, appaiono riflettere le posizioni del movimento anche oggi:
«Pensi, o America, che la sconfitta consista nella perdita di una città o di un territorio? Siamo forse stati sconfitti quando abbiamo perso le città in Iraq e siamo rimasti nel deserto senza una città o un territorio? Saremo sconfitti e voi vincerete se conquisterete Mosul, Sirte o Raqqa o tutte le città, e noi torneremo a dove eravamo nella prima fase? No, la sconfitta è la perdita della volontà e del desiderio di combattere»[11].
Eppure, per quanto utile per riaffermare la resilienza della formazione jihadista, la comparazione con il periodo sopra richiamato non può essere portata alle estreme conseguenze. All’epoca, infatti, il ripiegamento sul governatorato di Ninive rappresentò una scelta compiuta in estrema emergenza. Non a caso, esso si tradusse in enormi perdite dal punto di vista umano e materiale e solo a stento il gruppo riuscì a sopravvivere. Nel 2016 e nel 2017, invece, mentre riaffermava la volontà di proteggere ogni centimetro di territorio sotto la sua autorità, Abu Bakr al-Baghdadi preparava il terreno per la fase successiva, spostando risorse umane, militari ed economiche all’interno e all’esterno del teatro siro-iracheno. Una postura, questa, che divenne sempre più evidente nella fase successiva alla liberazione di Mosul: se la battaglia per la capitale irachena del gruppo aveva richiesto un assedio di oltre nove mesi, le ultime roccaforti caddero nel giro di poche settimane, sorprendendo tanto i comandi incaricati di gestire le operazioni quanto gli analisti che seguivano gli sviluppi sul campo. Nel giro di pochi mesi sarebbe diventato sempre più evidente come tali dinamiche, lungi dall’essere legate all’impatto generato dalla sconfitta di Mosul e al naturale sfaldamento della formazione, fossero legate a un disegno ben preciso.
Il cambio di postura adottato dalla formazione si riflesse in particolare sul piano geopolitico: se l’Iraq sino ad allora era stato il cuore indiscusso del progetto dello Stato islamico, il baricentro del movimento iniziò a spostarsi sempre più dalla “terra dei due fiumi” verso altri territori dove erano attivi nodi regionali destinati ad acquisire un peso sempre più significativo. Come avremo modo di vedere nel paragrafo successivo, questa scelta avrebbe avuto conseguenze dirette sul teatro più prossimo a quello iracheno, la Siria, ma anche su contesti più lontani, come quello afgano-pakistano o quelli legati al continente africano e, in particolare, alla regione saheliana.
Eppure, per quanto depotenziato rispetto al passato, il teatro iracheno ha continuato a giocare un ruolo rilevante per il movimento: gran parte dei suoi comandanti continuano, infatti, a essere selezionati tra i militanti originari del paese, a riprova di un legame che continua a essere estremamente solido. Sul piano squisitamente operativo, inoltre, benché la fase post-2017 abbia fatto registrare una marcata riduzione degli attacchi rivendicati dalla formazione[12], essa ha evidenziato una serie di cambiamenti significativi: IS non si è limitato infatti a portare avanti operazioni di guerriglia, ma ha anche rivisto profondamente la sua presenza sul territorio. Se, nel recente passato, i territori dell’Iraq nord-occidentale avevano rappresentato l’epicentro delle diverse iterazioni di IS, nella fase post-2017 il gruppo si è concentrato in misura crescente sulle province nord-orientali, in particolare lungo l’asse Kirkuk-Diyala. Questa scelta è dipesa da diversi fattori. Tra questi, è impossibile non considerare come le tradizionali roccaforti occidentali si siano rivelate aree dove fosse sempre più difficile operare per IS, a causa della presenza massiccia delle forze di sicurezza irachene[13] e dell’ostilità delle comunità locali (che, pur avendo dovuto sopportare il brutale giogo dello Stato islamico, continuano paradossalmente a essere oggetto di uno stigma sociale derivante dall’accusa di averne sostenuto l’ascesa). Al di là di questi aspetti, è importante considerare come questa rimodulazione della presenza e delle attività del gruppo verso est sia dipesa anche da una postura strategica qualitativamente differente rispetto al recente passato. Anziché concentrarsi sul controllo di centri urbani di medie e grandi dimensioni, IS ha preferito spostare progressivamente il suo raggio di azione all’interno di aree rurali, scarsamente abitate e caratterizzate da contesti geografici aspri e difficili da controllare. In questo modo, il gruppo ha puntato a operare sempre più nell’ombra, in modo da ritagliarsi zone interdette alle forze di sicurezza o, quantomeno, a individuare basi relativamente sicure dalle quali continuare a colpire. Non a caso, l’area del monte Hamrin e i territori posti lungo il corso del fiume Diyala (all’interno dell’omonimo governatorato), scarsamente abitati e caratterizzati da teatri operativi ideali per tattiche di guerriglia, sono diventati uno degli epicentri del rinnovato attivismo del gruppo. Questi territori rispondevano alle esigenze della formazione anche per un altro motivo: essi si collocavano all’intero di aree contese tra il governo federale e quello della regione autonoma del Kurdistan e, in quanto tali, registravano tensioni che rendevano difficile il coordinamento tra esse. Tali aree si collocavano, inoltre, all’interno di uno snodo geografico in grado di collegare molteplici teatri operativi come Baghdad, Salah al-Din, Kirkuk, la regione autonoma del Kurdistan e, potenzialmente, la stessa Repubblica islamica dell’Iran. Tutto questo senza contare gli effetti destabilizzanti legati alla competizione tra Washington e Teheran sul suolo iracheno, che raggiunse il suo apice in seguito all’uccisione del generale Qassem Soleimani il 3 gennaio 2020.
Ovviamente, questo parziale riorientamento non ha segnato la fine della presenza del gruppo in quelle che in passato erano considerate le sue più importanti roccaforti nelle province di Ninive e al-Anbar. In linea con la strategia sopra delineata, mentre intensificava la sua presenza a est, il movimento scivolò sempre più nell’ombra a ovest, mantenendo al minimo le proprie attività per preservare le cellule dormienti presenti sul territorio e contenere i danni in attesa dell’occasione per riemergere. Non a caso, nel corso dell’ultimo anno, le due province occidentali sono tornate a registrare un attivismo crescente, in particolare in seguito alla caduta del regime di Bashar al-Assad in Siria. La difficoltà della transizione siriana (si veda infra), unita al ritiro delle milizie sciite irachene che presidiavano le aree oltre confine, all’estrema porosità dello stesso e alla rimodulazione della presenza delle forze armate statunitensi in Iraq e Siria hanno contribuito a riaffermare la loro rilevanza per IS; un dato – questo – corroborato tanto dagli attacchi portati dal movimento sul territorio[14], quanto dall’aumento delle operazioni condotte contro lo stesso da Baghdad e dagli Stati Uniti[15]. Un caso esemplare, in tal senso, è rappresentato dall’operazione che, lo scorso marzo, ha portato all’eliminazione di ‘Abdallah Makki Muslih al-Rufay’i (alias Abu Khadija)[16]. L’attacco, condotto congiuntamente da Washington e Baghdad all’interno del governatorato di al-Anbar, ha portato all’eliminazione di quello che da molti era considerato l’artefice della strategia del gruppo all’interno del quadrante turco-levantino-mesopotamico e all’esterno dello stesso, alla luce anche della posizione apicale che Abu Khadija rivestiva all’interno del Direttorato generale delle province di IS[17].
Di fronte a questo quadro, appare evidente come la traiettoria assunta dallo Stato islamico in Iraq non possa indurre a considerare la minaccia da esso rappresentata come debellata. Al contrario, la capacità del gruppo di adattare la propria postura strategica, di rimodulare la presenza sul territorio e di sfruttare sistematicamente le fratture politiche, istituzionali e securitarie del paese testimonia la resilienza di un attore che, per quanto indebolito, rimane una variabile in grado di incidere in maniera significativa sui delicati equilibri interni ed esterni alla “terra dei due fiumi”. L’Iraq, in tal senso, continua a rappresentare non solo un bacino umano e simbolico fondamentale per IS, ma anche un teatro all’interno del quale rimane fondamentale portare avanti modelli di insorgenza a bassa intensità, funzionali alla sopravvivenza del movimento nel medio-lungo periodo. In questo senso, l’evoluzione delle dinamiche regionali – dalla persistente instabilità siriana alla competizione tra attori esterni sul suolo iracheno – e la complessità delle dinamiche endogene al sistema iracheno, impongono il mantenimento di una soglia di attenzione elevata al fine di negare alla formazione nuove opportunità di manovra, soprattutto nelle aree periferiche e contese, dove la governance rimane fragile e discontinua.
Lo Stato islamico in Siria[18]
In Siria, a seguito della caduta della capitale Raqqa, il declino dello Stato islamico accelerò notevolmente. Incapace di contrastare l’avanzata delle Sdf e indebolito dai numerosi raid della coalizione internazionale e dall’offensiva di terra dell’esercito siriano e di quello russo, il gruppo tentò di riorganizzarsi nella valle dell’Eufrate e lungo il confine siro-iracheno, ma le sue capacità militari e finanziarie erano troppo compromesse per invertire i rapporti di forza. Subito dopo Raqqa (ottobre-novembre 2017) caddero sotto il controllo governativo Deir el-Zor, centro urbano di considerevole importanza strategica, e il valico frontaliero di Abu Kamal. Infine, nel marzo del 2019 le Sdf entrarono a Baghuz al-Fawqani, ultimo lembo di quello che fino a pochi anni prima aveva costituito, secondo la propaganda jihadista, un “califfato” esteso per oltre 100.000 chilometri quadrati e abitato da 12 milioni di persone[19]. La fine del controllo territoriale costrinse i miliziani a rifugiarsi in alcune oasi e nelle remote ridotte del deserto siriano. Con la morte di Abu Bakr al-Baghdadi, eliminato da un drone statunitense nella provincia di Idlib nell’ottobre del 2019, il movimento smise di giocare un ruolo di primo piano all’interno del mutato quadro geopolitico siriano. La sottoscrizione, nel marzo 2020, di un accordo bilaterale tra Ankara e Mosca che ripartiva il paese in tre sfere di controllo e influenza –sud, centro, e parte del nord ad Assad; il nord-est ai curdi; il nord-ovest a Tahrir al-Sham[20] – e la presenza di diversi eserciti e milizie stranieri – russi, pasdaran iraniani e membri di Hezbollah nei territori del regime; marines statunitensi nel Rojava; soldati e intelligence turca nelle aree di opposizione nel nord – limitò ulteriormente l’azione di IS che, oltre alle sconfitte militari e alla perdita del controllo territoriale, mancava di una guida sufficientemente carismatica e autorevole. La leadership dei successori di al-Baghdadi si rivelò infatti piuttosto fragile e precaria: Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurashi rimase in carica per pochi mesi prima di rimanere vittima di un raid statunitense nel villaggio di Atma, nella provincia di Idlib, il 4 febbraio 2022 e venne sostituito da Abu al-Hasan al-Hashimi al-Qurashi, suicidatosi in ottobre a Jasim (Dar‘a) nel corso di un’operazione antiterrorismo americana. Il quarto “califfo”, Abu al-Hasan al-Hashimi al-Qurashi, venne assassinato il 29 aprile 2023 da uomini dell’intelligence turca a Jindires, nel cantone di Afrin; al suo posto venne nominato l’attuale capo, Abu Hafs al-Hashimi al-Qurashi[21]. Al contrario, l’apparato mediatico dell’organizzazione non subì eccessivi contraccolpi, continuando a propagandare sulle piattaforme digitali il messaggio jihadista e a esercitare una notevole influenza sulle varie cellule presenti in Medio Oriente ed Europa. In questo periodo lo Stato islamico in Siria entrò in una fase di relativa “quiescenza” adottando una strategia di mera sopravvivenza. A livello militare, le grandi offensive furono abbandonate a favore di una guerriglia a bassa intensità che si basava su sporadici attentati e attacchi mirati. A livello organizzativo le cellule riconfigurarono le aree operative in base al nuovo status quo: la regione semidesertica della Badia, solo formalmente sotto il controllo del regime, venne utilizzata come luogo di reclutamento e addestramento dei nuovi miliziani, mentre i territori della Jazira, nonostante la riconquista curda da parte delle Sdf, fungevano da zona di deposito di scorte e armi, oltre a dare rifugio a esponenti militari di spicco[22]. Non essendo in grado di riconquistare la Jazira, i miliziani si concentrarono su operazioni specifiche, come l’assassinio di soldati delle Sdf e, soprattutto, gli assalti alle strutture carcerarie che ospitavano migliaia di jihadisti allo scopo di ricostituire le loro forze. Questo genere di attacchi – come quello compiuto contro il centro detentivo di al-Sina il 20 gennaio 2021 – pur mettendo a dura prova le difese delle Sdf e portando alla liberazione di diversi jihadisti, nel complesso si rivelò un fallimento causato da errori strategici, dai pochi uomini impiegati sul campo e dal fatto che le forze curde potevano contare sul sostegno militare degli Stati Uniti[23]. Nella provincia di Idlib, governata da Tahrir al-Sham e dal suo apparato civile, IS limitò la sua presenza a poche cellule terroristiche, pianificando attacchi chirurgici contro i leader di Hts. L’obiettivo era quello di destabilizzare l’area e frammentare – senza apprezzabili risultati[24] – la formazione di al-Jawlani, con la quale esisteva una lunga ostilità[25].
Il periodo di quiescenza terminò nel 2024, quando IS tornò a giocare un ruolo più rilevante nel paese avviando una controguerriglia con più di 660 aggressioni, circa il triplo rispetto a quelle dell’anno precedente[26]. La recrudescenza dell’azione jihadista fu resa possibile dalla concomitanza di dinamiche geopolitiche e militari. Tra queste la più importante risiedeva nella disfunzionalità del regime di Assad e nel rapido declino delle capacità belliche del suo esercito che alla fine dell’anno si disgregò senza opporre resistenza alla fulminea avanzata della coalizione islamista guidata da al-Jawlani. Questa vulnerabilità fu aggravata dalle ripercussioni derivate dalla guerra in Ucraina e dalla crisi di Gaza, che costrinsero Mosca e Teheran al parziale disimpegno e ricollocamento delle loro forze militari. Il ritorno di IS fu inoltre frutto di una scelta strategica del governo centrale, che preferì concentrare i suoi sforzi militari contro Hts nel governatorato di Idlib sguarnendo la valle dell’Eufrate[27]. La caduta di Bashar al-Assad l’8 dicembre del 2024 e la formazione del governo di transizione presieduto da Ahmad al-Shara‘ – precedentemente conosciuto come al-Jawlani ed ex leader di al-Nusra, Fateh al-Sham e Tahrir al-Sham – mutò radicalmente le dinamiche del conflitto siriano consentendo all’organizzazione jihadista di incrementare il suo peso politico e militare nel paese.
Con la caduta del regime baathista, IS ha attuato una strategia duplice. La prima, di carattere locale, consiste nel proseguimento della lotta nel Rojava contro le milizie curde delle Sdf. Per quanto indebolito, lo Stato islamico rappresenta ancora una minaccia per due motivi: l’isolamento delle Sdf, a seguito della mancata finalizzazione dell’accordo siglato nel marzo 2025 con il governo centrale sulla ricomposizione dell’unità nazionale e il reintegro delle milizie curde nell’esercito regolare; l’attività di cellule armate nelle province orientali e la presenza di famiglie e guerriglieri detenuti in campi di detenzione, come quello di al-Hol. Nel corso del 2025 le Sdf hanno condotto diverse operazioni contro lo Stato islamico – di cui il 70% in zone rurali, il 20% in centri urbani e il 10% lungo le arterie stradali – e un centinaio di raid[28]. La seconda, di carattere nazionale, estende il raggio di azione del movimento e si basa sul compimento di attentati, talvolta ricorrendo a tecniche e ad armi sofisticate, nei territori governativi[29]. A inizio dicembre 2024, ancora prima che Assad lasciasse il paese, i leader dello Stato islamico avevano riattivato cellule armate coordinandosi con membri in Iraq per pianificare attentati[30]. Nonostante molti di questi siano stati sventati dalle forze di sicurezza siriane, tra cui uno pianificato nel santuario sciita di Sayyida Zaynab, a sud della capitale[31], il gruppo, dopo un periodo di quiescenza dovuto alla caduta di Assad, nell’aprile del 2025 ha avviato una nuova campagna terroristica, approfittando della debolezza del governo di transizione, del mancato accordo politico tra Damasco e Rojava e dei gravi disordini verificatisi nelle province druse del Sud. Il 18 maggio 2025 l’esplosione di un’autobomba contro una postazione di sicurezza nella città di Mayadin, situata lungo il corso dell’Eufrate, ha provocato la morte di cinque persone[32]. Pochi giorni dopo, il 30 maggio, la detonazione di un ordigno a Sweida ha distrutto un veicolo della 70° divisione dell’esercito siriano, ucciso un soldato e ferito altri tre[33]. In risposta, Damasco ha condotto operazioni allo scopo di eliminare le cellule jihadiste e collaborato con le Sdf per accelerare lo sgombero del campo di detenzione di al-Hol[34].
Il nuovo regime siriano deve inoltre affrontare la minaccia di un altro gruppo salafita-jihadista, Saraya Ansar al-Sunna (Sas), che ha rivendicato la responsabilità sui due gravi attentati avvenuti in Siria nel 2025: uno a giugno nella chiesa di Mar Elias, l’altro a dicembre nella moschea di Homs frequentata da fedeli alawiti[35]. Dell’origine del gruppo si hanno poche e confuse informazioni. Probabilmente si tratta di una costola di Tahrir al-Sham separatasi ancora prima della caduta di Assad e che col tempo ha assorbito membri jihadisti, soprattutto provenienti da Hurras al-Din, non allineati con il governo di transizione; in alternativa, potrebbe essere una fazione armata proveniente dallo Stato islamico, anche se quest’ultimo ha negato qualsiasi legame con Sas[36]. A ogni modo il modus operandi di Saraya Ansar al-Sunna, fondato su attentati terroristici rivolti sia a obiettivi governativi che a cittadini non sunniti, deriva chiaramente dall’esperienza di IS[37]. Il gruppo è stato autore dei due più gravi attentati della Siria post-baathista: il 22 giugno 2025 un kamikaze ha aperto il fuoco nella chiesa greco-ortodossa di Sant’Elia nel quartiere damasceno di Dweila per poi farsi detonare, causando la morte di almeno 22 persone e il ferimento di altre 63[38]; il 26 dicembre un’esplosione all’interno della moschea Imam ‘Ali bin Abi Talib di Homs ha provocato la morte di otto persone e il ferimento di altre diciotto[39]. Seppur di modeste dimensioni, Sas avrebbe accolto nelle sue fila diversi (ex) elementi qaedisti di Tahrir al-Sham delusi dalla svolta moderata promossa da al-Jawlani[40]. Per il governo centrale, lo Stato islamico rappresenta dunque una minaccia esiziale. La fragilità delle istituzioni e dell’esercito ha permesso al movimento di estendere la sua presenza su tutto il paese, in particolar modo nelle province meridionali di Dar‘a e Sweida sfruttando il vuoto politico e istituzionale venutosi a creare nel corso della guerra civile e riacutizzatosi dopo la caduta di Assad a seguito delle tensioni tra Damasco e la minoranza drusa[41]. Secondo fonti autorevoli, nell’autunno del 2025 il movimento jihadista avrebbe tentato di assassinare per due volte il presidente siriano proprio nel corso dei colloqui con l’amministrazione Trump in merito alla partecipazione della Siria alla coalizione anti-IS[42]. In questo contesto si inserisce l’attacco del 13 dicembre a un contingente militare siriano e statunitense nei pressi di Palmira – condotto probabilmente dallo Stato islamico, o da movimenti jihadisti minori – che ha provocato la morte di due marines e di un interprete; secondo gli analisti, l’attentato serve a indebolire la già precaria posizione del governo nel sud e nell’area desertica della Badia, oltre che a danneggiare la neonata partnership militare tra Damasco e Washington[43]. L’occupazione del Rojava da parte delle forze governative ha indotto il Comando centrale degli Stati Uniti (Centcom) a trasferire il 21 gennaio 2026 un numero rilevante di detenuti jihadisti dalle strutture penitenziarie siriane di al-Hol, al-Shaddadi e al-Aqtan all’Iraq, fase iniziale di un più ampio procedimento che vedrebbe un ricollocamento di circa 7000 detenuti[44]. Gli Stati Uniti vogliono infatti scongiurare che i nuovi rapporti di forza tra Damasco e le Sdf e l’instabilità militare nel Rojava conducano alla liberazione o alla fuga dei prigionieri, come avvenuto ad al-Shaddadi[45].
[1] A. Plebani, Jihadismo globale. Strategie del terrore tra Oriente e Occidente, Firenze, Giunti, 2016.
[2] A. Plebani, Il nuovo Iraq a venti anni di distanza, in R. Redaelli (a cura di), L’Iraq contemporaneo, Milano, Francesco Brioschi Editore, 2023.
[3] Cfr. M. Primavera, “La crisi siriana: strategie e interessi di Damasco”, in: A. Plebani e R. Redaelli (a cura di), Dinamiche geopolitiche contemporanee [Ce.St.In.Geo. Geopolitical Outlook], Educatt, Milano, 2020.
[4] C. Lister, The Syrian Jihad: Al-Qaeda, the Islamic State and the Evolution of an Insurgency, Londra, Hurst & Company, 2015, p. 56.
[5] Nel 2016 al-Nusra si ri-denominò “Fronte di liberazione del Levante” (Jabhat Fatah al-Shām) e dichiarò ufficialmente la sua autonomia da al-Qaeda. A seguito della perdita dei quartieri orientali di Aleppo, nel gennaio 2017 il movimento si unì ad altre sigle salafite-jihadiste e cambiò di nuovo nome in “Comitato di liberazione del Levante” (Hayʾat Tahrīr al-Shām, Hts), protagonista dell’operazione militare “Deterrenza contro l’aggressione” che tra novembre e dicembre 2024 provocò la caduta del regime di Bashar al-Assad.
[6] A. Plebani, Periphery No More: The Jazira Between Local, Regional and International Dynamics, in F.M. Corrao, R. Redaelli (a cura di), States, Actors and Geopolitical Drivers in the Mediterranean. Perspectives on the New Centrality in a Changing Region, Palgrave Macmillan, 2021.
[7] A. Plebani, L., Vidino, S., Torelli, “The End of the Sykes-Picot Line”, Longitude, 2014, n. 41, pp. 32-37.
[8] A. Plebani, La terra dei due fiumi allo specchio. Visioni alternative di Iraq dalla tarda epoca ottomana all’avvento dello “Stato Islamico”, Soveria Mannelli, Rubbettino Editore, 2018.
[9] Questo paragrafo è a cura di Andrea Plebani.
[10] UN Security Council, Thirty-fifth report of the Analytical Support and Sanctions Monitoring Team submitted pursuant to resolution 2734 (2024) concerning ISIL (Da’esh), Al-Qaida and associated individuals and entities, S/2025/71/Rev.1, 6 febbraio 2025, p. 13. Significative rimangono anche le risorse finanziare sulle quali può contare la formazione all’interno e all’esterno del teatro siro-iracheno. Si veda in merito J. Davis, “The Financial Future of the Islamic State”, CTC Sentinel, , vol. 17, n. 7, 2024.
[11] H. Hassan, “Out of the desert: Isis’s strategy for a long war”, Middle East Institute, Policy Paper, n. 8, 2018, p. 3.
[12] Il trend relativo al numero di attacchi rivendicati dal gruppo in Iraq ha fatto segnare una marcata riduzione soprattutto a partire dal 2021. Non vi sono, al momento, dati aggregati relativi al 2025, ma le informazioni disponibili sembrano evidenziare una contrazione ancora più significativa di quella registrata negli anni precedenti. Si vedano in merito, “Operation Inherent Resolve and Other U.S. Government Activities Related to Iraq & Syria”, Lead Inspector General report to United States Congres, 1 aprile – 30 giugno 2025 (e rapporti precedenti); A. Zelin, “Remaining, Waiting for Expansion (Again): The Islamic State’s Operations in Iraq and Syria”, Current Trends in Islamist Ideology, vol. 35, 2024, p. 51. È opportuno sottolineare come diversi analisti ritengano tali dati non riflettano necessariamente la totalità degli attacchi condotti dall’organizzazione, probabilmente per non rivelare la sua vera forza sul territorio. Si vedano in merito, A.Y. Zelin e D. Margolin, “The Islamic State’s Shadow Governance in Eastern Syria Since the Fall of Baghuz”, CTC Sentinel, vol. 16, n. 9, 2023, pp. 22-29.; H. Haid, “Why ISIS doesn’t always publicize its attacks”, Asia Times, 25 luglio.
[13] Queste includevano non solo le forze armate regolari, ma anche brigate dell’Hashd al-Sha‘bi, unità di mobilitazione popolare costituite all’indomani della caduta in mano jihadista di Mosul. Per quanto formalmente inserite nella catena di comando e controllo del ministero della Difesa, esse avevano finito con l’inglobare molteplici formazioni paramilitari spesso legate a doppio filo a Teheran e alla comunità sciita irachena. Si veda in merito A. Plebani,“L’Hashd al-Sha‘bi tra dinamiche interne e regionali” in V. Talbot, L. Toninelli (a cura di) “L’Iran e l’asse della resistenza: alleanza a geometria variabile”, Approfondimento n. 218 dell’Osservatorio parlamentare di politica internazionale, 2024.
[14] Si vedano in merito le sezioni relative alla situazione delle due province in Euaa, Country of Origin Information Report – Iraq: Country Focus, ottobre 2025.
[15] A. Rasheed, T. Azhari, M. Georgy , “Islamic State Reactivating Fighters, Eying cCmeback in Syria and Iraq”, Reuters, 12 giugno 2025.
[16] “Analysis: In Abu Khadija, Daesh Lost a Key Leader and Strategist”, The Global Coalition against Daesh, marzo 2025.
[17] Organo preposto a coordinare le attività del gruppo su scala globale. Si veda in merito T. R. Hamming, “The General Directorate of Provinces: Managing the Islamic State’s Global Network”, CTC Sentinel, vol. 16, n. 7, 2023, pp. 20-27,
[18] Questo paragrafo è a cura di Mauro Primavera.
[19] S. G. Jones, J. Dobbins, D. Byman, C. S. Chivvis, B. Connable, J. Martini, E. Robinson e N. Chandler, “Rolling Back the Islamic State”, Rand Corporation, 20 aprile 2017, p. IX.
[20] Cfr. M. Primavera, “La terza fase del conflitto civile siriano (2020-2024): dalla tregua alla caduta del regime di Bashar al-Assad” in: A. Plebani (a cura di), Dinamiche geopolitiche Contemporanee [Ce.St.In.Geo. Geopolitical Outlook], Educatt, Milano, 2024, pp. 113-140.
[21] P. Boussel, “ISIS keeps dwindling in Syria”, GIS, 13 giugno2023.
[22] “Containing a Resilient ISIS in Central and North-eastern Syria”, International Crisis Group, Middle East Report n° 236, 18 luglio 2022.
[23] M. Hassan, “A closer look at the ISIS attack on Syria’s al-Sina Prison”, Middle East Institute, 14 febbraio 2022.
[24] Seppur presenti, le difficoltà di Hts nell’amministrare il governatorato di Idlib erano ascrivibili non tanto alla presenza di cellule dell’Isis quanto alla competizione interna al gruppo (si veda il confronto tra Abu Muhammad al-Jawlani e Abu Maria al-Qahtani), alla coabitazione con altre sigle salafite minori e allo scontro con bande armate e criminali del luogo.
[25] “Containing Transnational Jihadists in Syria’s North West”, International Crisis Group, Middle East Report n. 239, 7 marzo 2023, p. 16-18.
[26] “From Resurgence to Retrenchment: The Evolution of ISIS After Assad’s Fall”, Karam Shaar, n. 13, 31 ottobre 2025.
[27] A. Y. Zielin, “Remaining, Waiting for Expansion (Again): The Islamic State’s Operations in Iraq and Syria”, Hudson Institute, 5 dicembre 2024.
[28] A. Jan, “SDF reports annual outcomes of 2025 anti-ISIS campaign”, North Press Agency, 3 dicembre 2025.
[29] C. Lister, “Syria’s Islamic State Is Surging”, Foreign Policy, 5 giugno 2025.
[30] A. Rasheed, T. Azhari e M. Georgy, “Islamic State reactivating fighters, eying comeback in Syria and Iraq”, Reuters, 12 giugno 2025.
[31] “Syrian intelligence says it thwarted ISIL attempt to blow up Shia shrine”, Al Jazeera, 11 gennaio 2025.
[32] A. Y. Zielin, “The Islamic State Attacks the New Syrian Government”, The Washington Institute, 19 maggio 2025.
[33] “Islamic State group claims first attack on new Syria forces since Assad fall”, Le Monde & AFP, 30 maggio 2025.
[34] A. Y. Zielin, “The Islamic State Attacks the New Syrian Government”, The Washington Institute, 19 maggio 2025.
[35] Syrian television (@syr_television, X), “Statement attributed to a group calling itself “Ansar al-Sunna Brigades” claims responsibility for the mosque bombing in the Wadi al-Dhahab neighborhood in Homs”, 26 dicembre 2025.
[36] A. Y. Zielin, “The Damascus Church Attack: Who Is Saraya Ansar al-Sunnah?”,The Washington Institute, 25 giugno 2025.
[37] Ibidem.
[38] “Syria church bombing kills 25, dozens wounded”, Al Jazeera, giugno 2025.
[39] “8 killed, 18 injured in terrorist explosion at mosque in Homs, Update”, SANA, 26 dicembre 2025.
[40] Commento di C. Winter nel podcast “Is the Islamic State terror group making a comeback in Syria?”, BFBS, 8 gennaio 2026.
[41] “Black flags in Southern Syria: who is helping Isis expand and regroup”, The Syrian Observer, 10 ottobre 2025.
[42] T. Azhari e M. Hassano, “Exclusive: Syria foiled Islamic State plots on President Sharaa’s life, sources say”, Reuters, 11 novembre 2025 e “Syrian official says his country has joined the anti-IS coalition but not the military mission”, The New Arab, 12 novembre 2025.
[43] J. Salhani, “Analysis: ISIL attacks could undermine US-Syria security collaboration”, Al Jazeera, 27 dicembre 2025.
[44] M. K. Tapper, “US transfers Isis prisoners to Iraq amid Syria fighting”, Financial Times, 21 gennaio 2026.
[45] C. Goldbaum, “Clashes Erupt Around Syrian Prisons Holding Islamic State Fighters”, The New York Times, 19 gennaio 2026.
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