Da novembre prossimo (con obbligo di accettazione da parte di servizi privati e alcune piattaforme online entro fine 2027) ognuno di noi avrà un Eudi Wallet, cioè un nuovo portafoglio digitale di identità elettronica creato dall’Unione Europea che ci permetterà di dimostrare chi sei online (e in futuro anche offline) e di gestire e condividere documenti e credenziali digitali in modo sicuro in tutta l’UE. In pratica avremo un’applicazione digitale (su smartphone e/o altri dispositivi) in cui potremo conservare versioni digitali di documenti di identità, come le carte di identità, patenti, passaporti, certificati e altri attributi verificabili. Esso ci permette di fare a meno dello spid per accedere a servizi pubblici e privati online (come portali della pubblica amministrazione, servizi bancari o di telecomunicazione) senza dover ripetere ogni volta lunghe procedure di identificazione.
Il 2026 anno zero
L’Europa entra nell’era del portafoglio digitale: perché il 2026 è l’anno zero dell’identità. I singoli stati europei si bstanno attrezzando: Banca del Fucino, attraverso il contributo del consulente Gianluca Duretto, docente alla Unint, ha realizzato uno studio dove fa una fotografia completa ed esaustiva delle novità in arrivo.
Per anni l’identità digitale europea è rimasta una promessa incompiuta. Il primo regolamento eIDAS, varato nel 2014, aveva introdotto un sistema volontario e frammentato, con un’adozione limitata e quasi nullo uso transfrontaliero. Nel frattempo, Apple e Google hanno progressivamente occupato lo spazio dell’identità e dell’autenticazione sui dispositivi mobili, trasformandosi di fatto in custodi dell’accesso ai servizi digitali.
Il regolamento eIDAS 2.0 nasce come risposta politica e industriale a questo squilibrio. Il cuore della riforma è l’EUDI Wallet: un’infrastruttura pubblica, interoperabile e obbligatoria nell’offerta, che consente ai cittadini di dimostrare la propria identità o singoli attributi (come età o residenza) senza cedere interi documenti. La “root of trust” torna allo Stato, non alle piattaforme.
Dal punto di vista economico, la posta in gioco è elevata. Il mercato dell’identità digitale — che comprende servizi fiduciari qualificati, verifica biometrica e integrazione API — è destinato a valere miliardi di euro entro la fine del decennio. eIDAS 2.0 non è quindi solo una norma tecnica, ma una ridefinizione dei rapporti di forza tra settore pubblico, finanza e Big Tech.
Il 2026 rappresenta il punto di non ritorno. Entro novembre, ogni Stato membro dovrà rendere disponibile almeno un wallet conforme. L’obbligo di utilizzo scatterà però nel 2027, quando banche, telecomunicazioni, utility e grandi piattaforme online saranno tenute ad accettare l’EUDI Wallet per l’autenticazione forte e la verifica di attributi.
Questa distinzione temporale è cruciale. Il 2026 è l’anno dell’integrazione e degli investimenti infrastrutturali; il 2027 quello della redistribuzione dei costi e dei benefici. Le aziende che rimandano l’adeguamento rischiano di trovarsi fuori standard in un mercato che avrà già consolidato le proprie API di fiducia.
L’analisi dei principali Paesi europei mostra una frattura inattesa. Non è il classico divario Nord-Sud, ma uno scontro tra modelli di governance.
Le app
Italia, Francia, Grecia e Polonia hanno scelto approcci centralizzati e “state-first”. L’Italia emerge come benchmark: l’IT-Wallet è integrato nell’app IO, già diffusa a decine di milioni di cittadini, e gode di piena validità legale. La Francia ha seguito una strada simile con France Identité, privilegiando però la sicurezza hardware e un controllo più stretto del documento fisico.
All’estremo opposto, i Paesi nordici e la Germania faticano a smantellare ecosistemi privati di successo. In Svezia, BankID copre quasi l’intera popolazione e rende politicamente ed economicamente complessa l’introduzione di un wallet statale. La Germania ha optato per un ecosistema federato di wallet certificati, una scelta che favorisce la concorrenza ma rischia di confondere utenti e imprese.
Il risultato è un’Europa a due velocità: i Paesi che partivano da sistemi meno maturi stanno avanzando più rapidamente, mentre quelli “digitalmente avanzati” sono frenati dai loro stessi successi passati.
Uno degli elementi più dirompenti dell’EUDI Wallet è la selective disclosure. Invece di archiviare copie di documenti, le aziende ricevono solo l’informazione strettamente necessaria. Questo riduce drasticamente i rischi di data breach e i costi di compliance GDPR.
Per molte imprese, soprattutto finanziarie, la privacy diventa così un asset economico. Meno dati conservati significa minori sanzioni potenziali, premi assicurativi cyber più bassi e processi di onboarding più rapidi. Non sorprende che alcune banche stiano già adottando il wallet prima dell’obbligo normativo. Dal punto di vista industriale, i primi vincitori sono i fornitori di integrazione. Con decine di wallet nazionali diversi, nessuna azienda vorrà collegarsi singolarmente a ciascun sistema. Nasce così un mercato per i “gateway provider”, che offrono un’unica API per l’accesso all’intero ecosistema europeo. È una classica corsa all’oro in cui, come spesso accade, a guadagnare sono i venditori di picconi.
La tecnologia
Per le banche retail, il quadro è più ambiguo. Perdono il monopolio dell’identità digitale, ma possono ridurre drasticamente i costi di KYC e antiriciclaggio delegando l’identificazione allo Stato. La vera sfida sarà mantenere la relazione con il cliente in un mondo in cui l’autenticazione non passa più dall’app bancaria. Sul fronte tecnologico, il confronto con Apple è emblematico. Grazie alla combinazione tra eIDAS 2.0 e Digital Markets Act, Bruxelles ha costretto l’apertura dell’NFC e del secure element sugli iPhone. È una vittoria simbolica e concreta contro il duopolio hardware statunitense.
Se il 2026 è l’anno dell’implementazione e il 2027 quello dell’obbligo, il vero orizzonte è il 2030. L’obiettivo non è un’app in più sullo smartphone, ma un’infrastruttura invisibile che abilita ogni transazione digitale, dal check-in in aeroporto alla firma di un mutuo.
Come il GPS oggi, l’EUDI Wallet è destinato a scomparire dalla percezione dell’utente, pur diventando indispensabile. Per l’Europa, è forse il tentativo più concreto di costruire un vero mercato unico digitale fondato sulla fiducia pubblica. Per imprese e investitori, il messaggio è netto: il tempo per prepararsi non è domani, ma adesso.
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