Dove e come le imprese generano valore? O meglio, quando un’azienda afferma che vuole anche contribuire al benessere della comunità e del territorio, parla di un luogo lontano, magari quello in cui ha la sede legale, o del posto in cui il cittadino-consumatore abita? La risposta a queste domande interessa a un numero sempre maggiore di persone. Anzi, circa sette italiani su dieci affermano di preferire le aziende che producono, assumono e utilizzano forniture locali anche a costi più elevati.
Nel mio giardino, please
È uno dei dati più interessanti dell’Impact monitor 2025, ricerca condotta dal gruppo Sec newgate, che ha analizzato le aspettative e la percezione delle persone nei confronti del comportamento di imprese e governi sui temi Environmental, social, governance – Esg. Lo studio ha coinvolto oltre 20mila persone in 20 Paesi, di cui poco più di mille in Italia. Il concetto di Esg resta rilevante, ma è sempre più valutato attraverso la lente dell’impatto locale: lavoro, investimenti, trasparenza e benefici tangibili per le comunità.
Come si crea la reputazione
L’indagine svela un’Italia più critica rispetto al resto del mondo. Le aspettative dell’opinione pubblica globale sui comportamenti di imprese e governi in ambito ambientale, sociale e di governance restano elevate, ma solo il 36% degli italiani ritiene che il Paese stia andando nella giusta direzione, contro una media globale del 48%. Preoccupazioni economiche, costo della vita, sicurezza e servizi essenziali spingono cittadini e stakeholder a chiedere alle organizzazioni un ruolo più attivo e responsabile, spiegano gli estensori della ricerca. «Le persone giudicano le aziende in base all’impatto reale che sono in grado di generare, in particolare nelle comunità più vicine alle loro attività. Questo cambiamento sta ridefinendo il modo in cui le organizzazioni costruiscono credibilità e ottengono la legittimazione a operare», commenta Fiorenzo Tagliabue, group ceo di Sec newgate.
Il profitto non è tutto
Che un’azienda non sia un’entità che serva solo ed esclusivamente a fare soldi è, al di là di tutto, un’idea molto condivisa: il 72% dei nostri cittadini ritiene che le imprese dovrebbero agire nell’interesse di tutti gli stakeholder (contro il 76% del dato globale). In questo contesto, le aspettative verso le grandi imprese restano elevate. Il 53% degli italiani attribuisce un’importanza massima (9-10 su 10) a un comportamento responsabile, questa volta in linea con il dato globale (che è di 54%). Una percentuale simile esprime lo stesso parere riguardo al governo, mentre le aspettative sono inferiori per le piccole e medie imprese (40%).
Se dalle aspirazioni si passa alle valutazioni, però, il giudizio è insufficiente. Meno di un italiano su cinque (18%) attribuisce alle grandi imprese una valutazione elevata (di 9-10 su dieci).

Punti critici sono trasparenza e aderenza a principi morali ed etici. Un italiano su due (51%) ritiene che le grandi aziende facciano poco per essere aperte e trasparenti. Lo si capisce anche dal fatto che sono in molti a ritenere che in Italia le aziende non paghino la giusta quota di tasse (46%), non comunichino le misure adottate per migliorare le proprie prestazioni Esg (41%) e non rispondano alle esigenze degli stakeholder (38%).
Un bel ciaone alla globalizzazione
Tornando al tema della localizzazione, che è anche uno degli elementi di maggiore differenziazione tra Italia e resto del mondo, la metà degli italiani ritiene che il Paese abbia troppa dipendenza dalle catene di fornitura globali. E troppo poca produzione locale in ambito alimentare (41%) e manifatturiero (50%). Circa sette italiani su dieci preferiscono che le imprese producano (per il 77% degli intervistati), assumano (71%) e si approvvigionino (65%) localmente, anche se questo comporta costi più elevati per i consumatori. Sono valori superiori di circa il 10% a quelli globali.
Inoltre, circa otto italiani su dieci dichiarano che avrebbero una percezione più positiva di un’azienda che paga le tasse in Italia (per il 79% degli intervistati), crea posti di lavoro locali (70%), localizza la produzione (82%) o l’approvvigionamento (80%) e mantiene la sede principale sul territorio nazionale (79%). Sembra dunque che in Italia la reputazione aziendale sia legata alla capacità di generare benefici economici e sociali tangibili a livello locale.
Il ritorno della Dei
In ambito sociale, gli italiani mostrano aspettative particolarmente elevate. Solo un terzo ritiene che le grandi imprese stiano facendo la giusta quantità di sforzi nel tutelare gli interessi dei dipendenti (27% degli intervistati), sostenere le comunità locali (32%) e considerare l’impatto sociale nelle decisioni di business (30%). Un giudizio più severo rispetto alla media globale. Allo stesso tempo, emerge un forte sostegno alle politiche di diversità, equità e inclusione (Dei), superiore a quello registrato a livello internazionale. Le iniziative più sostenute riguardano la chiusura del gender pay gap (sostenuta dal 78% degli intervistati) e l’accessibilità per favorire la partecipazione al lavoro e la creazione di ambienti inclusivi (77%). Anche misure come obiettivi di genere (72%) e politiche strutturate di inclusione raccolgono una maggioranza di consensi (70%), seppur con livelli di supporto leggermente inferiori.
L’ambiente sì, ma occhio ai costi
La ricerca prova a misurare anche l’attenzione ai temi ambientali, che resta elevata. L’82% degli italiani considera molto importante la transizione verso le energie rinnovabili e una pari percentuale ritiene fondamentale agire in modo deciso contro il cambiamento climatico. Il 63% degli italiani guarda con favore alla transizione energetica, anche se oltre la metà (56%) ritiene che il processo stia procedendo troppo lentamente. Allo stesso tempo, solo il 9% esprime un giudizio negativo. Quando però l’azione ambientale comporta costi diretti, il consenso si riduce: il 60% degli italiani privilegia la riduzione delle emissioni rispetto al mantenimento di prezzi bassi. Il sostegno scende ulteriormente al 51% quando il confronto è con l’aumento di salari e benefit per i lavoratori. La necessità di conciliare ambizione climatica, equità sociale e sostenibilità economica è imprescindibile.
La foto in apertura è di Ethan Tang da Unsplash
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