La condizione dell’economia italiana pare soddisfi la maggioranza di governo. Essa insiste nell’affermarlo con orgoglio di fronte a una opinione pubblica apparentemente rassegnata a essere così informata dagli stessi media, compresi i canali di Stato e quelli che furono i grandi quotidiani.
La realtà effettuale – va per l’ennesima volta ribadito – è molto meno positiva. Il dato più immediato attiene alla limitatezza di quanto si produce, compresa la produzione industriale, preziosa per una economia importatrice quale l’italiana. Il Pil è inchiodato alla deludente dinamica che prevale da un trentennio: 0,6% l’anno. Per il 2025-26 resta questa la valutazione della Banca d’Italia. Non diversa è l’analisi del Fondo monetario internazionale.
È prevedibile che l’intera legislatura affidata dai cittadini alla destra si chiuderà nel 2027 con un risultato analogo, senza miglioramento alcuno rispetto al trend. A questi ritmi occorrerebbe un secolo perché il prodotto raddoppi, ben al di là della speranza di vita degli italiani.
Ma il dato meno immediato, e tuttavia ancora più importante per la crescita di lungo periodo, è quello della produttività. L’Istat a dicembre scorso ha calcolato che dal 1995 la produttività di lavoro e capitale, la innovazione e il progresso tecnico non hanno superato incrementi annui dello 0,4% l’anno. Nel 2023-24 la produttività totale dei fattori è addirittura diminuita, di oltre l’1% in ciascun anno. L’altro potenziale motore della crescita – l’accumulazione di capitale – non supplisce alla debolezza nell’innovare delle imprese italiane: le pochissime grandi, il ristretto manipolo delle medie, la palude degli oltre 4 milioni di aziende con due addetti in media. Gli investimenti in beni strumentali rispetto al Pil, dopo essere caduti ed essere rimasti notevolmente al disotto dei livelli dei primi anni Duemila, non sono ancora tornati su quei livelli, che pure (11%) erano inferiori a quelli di Usa, Giappone, area euro.
L’occupazione è in aumento, addirittura dal 2014. Nell’ultimo triennio è salita quasi del 2% l’anno. Ma l’aumento eccede quello del prodotto, a scapito della produttività. Spesso il lavoro è precario e le mansioni non corrispondono a professionalità e aspirazioni. La disoccupazione giovanile sfiora tuttora il 20%. Il tasso di inattività è sul 33%. Ciò che è più grave, la domanda di lavoro è ampiamente dovuta ai bassi salari, che hanno sostenuto i profitti e indotto le imprese a sostituire lavoro a capitale. I profitti sono stati altresì alimentati dallo scemare della concorrenza in diversi settori. Soprattutto, per decine e decine di miliardi all’anno, sono scaturiti da rapporti malsani con la Pubblica amministrazione: trasferimenti, forniture, concessioni, appalti accordati alle imprese a condizioni di favore e oscena evasione di imposte e contributi da parte loro. La facilità degli utili ha sviato dalla ricerca del profitto lungo la via maestra dell’assunzione del rischio, dell’investimento e del progresso tecnico, in una parola della produttività.
La finanza pubblica resta da risanare in senso strutturale, se gli spazi di minore spesa e di maggiore entrata disponibili nei rapporti con le imprese non sono utilizzati. La pressione fiscale sul lavoro dipendente è cresciuta e si continua a peggiorare i trattamenti pensionistici. La riduzione dei tassi d’interesse ha limitato i disavanzi di bilancio, anche al disotto del fatidico 3% del Pil. Ma il debito della Repubblica non si discosta dal 130% del prodotto, sui massimi fra le economie avanzate.
Nonostante gli aiuti europei del Pnrr – dispersi in mille rivoli, utilizzati secondo priorità discutibili e solo in parte – gli investimenti pubblici non hanno ancora recuperato i valori rispetto al Pil del 2009. La loro carenza e i loro limitati effetti moltiplicativi sulla produzione e sulla produttività hanno concorso allo scadimento delle infrastrutture più preziose: messa in sicurezza del territorio, tutela dell’ambiente, sanità, istruzione, ricerca, Mezzogiorno.
La distribuzione degli averi è divenuta maggiormente sperequata, quasi 6 milioni di cittadini sopravvivono a stento in povertà assoluta, oltre 10 milioni rischiano di cadervi.
L’inflazione è solo dell’1,2% a dicembre ma a contenerla è il ristagno della domanda globale per consumi e investimenti, non la dinamica della produttività né l’abbassamento dei costi. Lo stesso avanzo nella bilancia dei pagamenti di parte corrente non è ascrivibile a un progresso nella competitività di prezzo del made in Italy, ma alla limitazione delle importazioni dovuta alla inadeguatezza della domanda interna.
La legge di bilancio appena varata, mediocre per dimensione e contenuti, costituisce l’ennesima conferma della incapacità della classe politica e del mondo degli affari di esprimere la politica economica, le riforme, l’efficienza necessarie alla crescita delle attività produttive, primaria condizione per poter affrontare i problemi di fondo della società italiana. I problemi sono incancreniti, da troppi anni irrisolti, al punto da diffondere sfiducia crescente nei cittadini elettori e da minare le stesse basi della democrazia repubblicana.
Privi come sono di fondamento, l’ottimismo ostentato da chi governa e il silenzio dei media, ma anche il vuoto progettuale dell’opposizione, ostacolano l’analisi oggettiva della situazione. È, questa, la base indispensabile affinché si pervenga a una visione delle difficoltà del Paese e delle vie da seguire per risolverle, come nel tempo è stato dimostrato possibile dagli economisti.
L’urgenza che si provveda è accentuata dal contesto globale, segnato dalla incertezza esplosa nel 2025, innescata dalla amministrazione Trump nella politica economica, nella politica estera, nelle stesse tensioni sociali accese all’interno degli Stati uniti.
Il diritto e la cooperazione internazionali dal secondo dopoguerra non erano mai scesi tanto in basso, esponendo anche l’Italia a serissimi rischi.
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