La complessità procedurale che ha caratterizzato l’ormai vecchio piano Transizione 5.0 ha provocato una sorta di effetto imbuto reso evidente dall’improvviso boom di domande delle ultime settimane. Per rendere più fluido l’andamento della nuova agevolazione 2026 sull’acquisto di macchinari e software 5.0, inserita nella Legge di Bilancio 2026, il Governo sta mettendo a punto delle semplificazioni. L’obiettivo è una stabile e solida ripartenza degli investimenti nel machinery e nella digitalizzazione del sistema produttivo. Per abilitarla, il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, in pochi giorni deve trovare risorse per finanziare il potenziamento della misura 5.0 in manovra, e tutte le domande di credito d’imposta 2025. L’impegno potrebbe essere ingente: al momento a disposizione di quest’ultima misura ci sono 2,75 miliardi, a fronte di richieste che sfiorano i 5 miliardi.
Per l’iperammortamento 2026, invece, in manovra ci sono 4 miliardi. Sulle modifiche, e sul costo che avrebbero, ci sono diversi capitoli aperti. Le imprese hanno chiesto a gran voce, anche in sede di audizioni parlamentari, di prevedere un arco temporale più esteso per poter utilizzare l’ammortamento, attualmente limitato al solo 2026. Il Governo ha espresso disponibilità. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, in un question time alla Camera il 12 novembre scorso ha assicurato l’impegno per la proroga dell’incentivo «anche nel successivo biennio, così da consentire alle imprese di programmare gli investimenti in un periodo più esteso». Ma al momento, non ci sono impegni precisi su questo fronte, che vadano al di là dell’accordo con le associazioni imprenditoriali sull’esigenza di garantire una continuità agli incentivi che consenta di programmare gli investimenti. Ci sono invece meno dubbi sul fatto che le procedure per chiedere l’agevolazione vengano semplificate, e soprattutto velocizzate in modo da riuscire a partire a gennaio 2026.
Per finanziare tutte le domande di credito d’imposta 2025 ci vuole almeno un miliardo

Partiamo dalla prima richiesta delle imprese in questo momento, così sintetizzata dal vicepresidente di Confindustria Marco Nocivelli in commissione Ambiente al Senato: «è fondamentale che tutte le pratiche avviate siano finanziate». Hanno presentato domanda di incentivi 5.0 oltre 20mila imprese, per un totale di 4,7 miliardi di euro.
Al momento ci sono 2,75 miliardi, così ripartiti: 250 milioni stanziati dall’ultimo decreto, 175/2025, che ha anticipato al 27 novembre il termine per la presentazione delle domande. E 2,5 miliardi a valere sul Pnrr, che sono il risultato del taglio rispetto all’originario stanziamento di 6.3 miliardi.
Come detto, il Governo ha assicurato che l’intero fabbisogno sarà finanziato. Quindi, tutte le domande valide sono destinate a essere accolte. Domande valide: questa potrebbe essere l’espressione cruciale, perché in realtà è possibile che, vista la fretta, le imprese abbiamo commesso errori nella predisposizione della documentazione. In realtà in questo caso il decreto ministeriale concede tempo per apportare correzioni fino al 6 dicembre. A meno che l’errore non riguardi l’irregolarità della necessaria certificazione ex ante sul risparmio energetico previsto.
Un aspetto che potrebbe generare confusione è rappresentato dal fatto che sempre entro il 27 novembre le imprese che avevano prenotato entrambi gli incentivi, 4.0 e 5.0, hanno dovuto scegliere fra i due. Con una procedura messa a disposizione dal ministero pochi giorni prima. Ma, in base alle regole procedurali, questo potrebbe essere uno degli errori sanabili entro il 6 dicembre.
In ogni caso, anche calcolando una percentuale di domande non valide, sembra probabile che ci voglia minimo minimo un altro miliardo. Anche perché sono esaurite pure le risorse per il credito d’imposta 4.0 (c’erano 2,2 miliardi, le domande hanno superato i 2,3).
I motivi del boom delle domande in novembre: effetto imbuto provocato da procedure complicate, e passaggio da credito d’imposta a iperammortamento
L’esigenza di rifinanziare il credito d’imposta è maturata dopo la corsa alle richieste di incentivi 5.0 che si è concentrata in novembre. All’inizio del mese, le prenotazioni erano a quota 2,9 miliardi, quindi in poche settimane si sono aggiunti oltre 1 miliardo e mezzo di incentivi prenotati.
Secondo Luca Onnis, chief operating officer di Tinexta Innovation Hub, in realtà questo era prevedibile, mentre «le stime di 2,5 miliardi erano molto sottodimensionate». Il motivo per cui le domande si sono concentrate nell’ultimo periodo riguarda il fatto che «la parte più complicata dell’iter procedurale è quella iniziale: la documentazione tecnica per preparare il progetto è la certificazione ex ante sul risparmio energetico. Quindi le aziende, prima di mandare la richiesta, hanno dovuto fare tutti i controlli, perché questa certificazione fosse perfetta». In pratica, non potendo cambiare il piano di investimenti ex post, le aziende hanno aspettato per presentare le richieste, in modo da poter presentare un progetto preciso, inserendo tutti gli investimenti.
Onnis non ritiene invece che la corsa al credito d’imposta possa essere motivata anche dal fatto che dal 2026, in base alla misura in manovra, l’incentivo si trasformerà in un ammortamento.

Luigi Mazzoncini, senior partner di Lipani Legal&Tax, ritiene invece che la tematica fiscale possa aver avuto un peso, pur essendo «solo una delle ragioni dell’accelerazione delle domande. Hanno certamente contribuito fattori strutturali e contingenti, emersi dopo un avvio lento del piano, come i chiarimenti normativi e le semplificazioni introdotte solo nella seconda metà del 2025, che hanno reso il meccanismo più accessibile e la rimodulazione delle risorse del Pnrr, che ha creato una sorta di effetto imbuto». Poi, l’annuncio di esaurimento dei fondi comunicato dal Mimit il 6 novembre ha provocato un’ulteriore accelerazione delle domande. L’esperto ritiene comunque probabile «che la preferenza per il vecchio credito d’imposta Transizione 5.0 abbia contribuito, in contrapposizione al nuovo iperammortamento previsto dalla manovra 2026». La ragione è intuitiva: «molte Pmi, che rappresentano circa il 90% delle domande, preferiscono la liquidità del credito d’imposta, che consente un recupero veloce via compensazione, anche al fine di finanziare nuovo cicli di investimento senza attendere anni di deduzioni. A ciò si aggiungono le tipiche incertezze del periodo autunnale in ordine alla manovra per l’anno successivo, che ritengo possano aver amplificato il timore di un downgrade fiscale».
Sul fatto che per le Pmi il credito d’imposta sia preferibile rispetto all’ammortamento concorda anche Onnis. «Le imprese senza capienza fiscale non possono ammortizzare nulla» rileva. E si tratta comunque di un beneficio che produce effetti in ritardo, rispetto al più immediato credito fiscale, che va subito in dichiarazione dei redditi.
Non a caso, le associazioni datoriali che rappresentano le Pmi chiedono di tornare al credito d’imposta. Insiste su questo aspetto il presidente di Confapi, Cristian Camisa: «i prossimi tre anni saranno decisivi per innovare, digitalizzare e rendere sostenibili le nostre imprese. In tale percorso Transizione 5.0 è fondamentale e il credito d’imposta ha già funzionato ed è conosciuto dalle aziende. Serve continuità, mentre l’iper e il super ammortamento premieranno quasi esclusivamente la grande industria. Occorre che il Governo metta davvero al centro il mondo delle piccole e medie industrie».
Verso le modifiche in manovra 2026: semplificazioni procedurali e operatività dal primo gennaio. Le imprese vorrebbero anche allungare la finestra temporale e tornare al credito d’imposta

Ma questa non è l’unica richiesta che le imprese fanno per potenziare la misura attualmente prevista dal testo del ddl di Bilancio. Altrettanto pressante è la domanda di allungare l’incentivo. Entrambe le modifiche sono costose: il credito d’imposta è più immediato per le imprese, ma anche più oneroso per le casse pubbliche, per lo stesso motivo. L’iperammortamento ha invece il vantaggio di essere spalmato su più annualità, dal punto di vista di chi deve finanziare la misura. In secondo luogo, prevedere un allungamento per due o tre anni, significa trovare nuove coperture. L’agevolazione attualmente in manovra costa 4 miliardi. Per accontentare le due richieste appena citate probabilmente bisognerebbe almeno raddoppiare la cifra. In realtà, c’è un emendamento del Movimento 5 Stelle, che chiede il ripristino del credito d’imposta 4.0 per un triennio, e prevede una dotazione di 5 miliardi di euro all’anno.
Meno onerosi altri cambiamento a cui invece pare che il Governo stia lavorando in vista della fase di approvazione degli emendamenti. Ad esempio, la semplificazione degli adempimenti
La complessità delle fasi di prenotazione e gestione dell’incentivo è stata alla base dello scarso entusiasmo delle imprese per il credito d’imposta 5.0, come detto superato dalla non prevista corsa dell’ultimo mese. Ora, il ddl prevede solo che le procedure continuiamo a essere gestire dal Gse il gestore dei servizi energetici. Una modifica molto probabile riguarda l’eliminazione dell’iter attuativo. Il testo approvato dal Governo prevede un decreto attuativo ministeriale per fissare le regole procedurali. L’esecutivo sembra disponibile a eliminare questo passaggio, in modo da rendere fruibile l’incentivo già dal primo gennaio 2026.
Nuovi macchinari e software agevolabili: gli emendamenti delle opposizioni

Altro molto probabile ambito di intervento, l’aggiornamento della tipologia di macchinari e software agevolabili. La norma in manovra sostanzialmente non modifica i beni materiali e immateriali già ammessi ai procedenti incentivi 4.0 e 5.0. C’è il rischio di incentivare investimenti magari non vetusti, ma non allineati con il velocissimo andamento della trasformazione tecnologica. Fra le proposte emendative, possiamo citare quella presentata da Azione, che oltre ai macchinari e ai software ricompresi negli allegati A e B della manovra 2017, propone di incentivare le seguenti fattispecie: motori elettrici, anche accompagnati da installazione o sostituzione di inverter, impianti per la climatizzazione degli ambienti in ambito industriale, con sistemi radianti ad alta temperatura, impianti di produzione dell’aria compressa, gruppi frigo, pompe di calore e centrali frigorifere, anche corredati da sistemi di free-cooling, sistemi per l’illuminazione, sistemi di aspirazione e/o del vuoto, anche accompagnati da installazione o sostituzione dei relativi inverter, sistemi di isolamento termico di componenti, economizzatori sulla linea fumi di impianti di produzione di energia termica, sistemi di pompaggio, anche accompagnati da installazione o sostituzione dei relativi inverter, trasformatori BT/MT.
Un’altra proposta, del PD, inserisce invece fra le altre cose dispositivi wearable e soluzioni XR (AR/VR/MR) per assistenza operativa e training, eso-ausili e sistemi per supporto ergonomico. Sistemi di sicurezza attiva e collaborazione uomo-robot. E, oltre a software e applicazioni, anche algoritmi e modelli digitali.
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