Innovazione. Tutti vogliono investirci, tanto che l’ecosistema startup italiano è andato in controtendenza positiva nel 2024 rispetto al venture capital europeo. Tuttavia pochi, soprattutto fra le aziende, sanno effettivamente implementare nei processi e misurarla in modo efficace. Si potrebbe riassumere così quanto emerso dal convegno “Digital & Open Innovation 2026: cosa serve a imprese e startup per un cambio di passo“ organizzato dal Politecnico di Milano, in cui sono stati presentati numeri, trend e valutazioni dalle ricerche degli Osservatori Startup Thinking, Startup & Scaleup Hi-tech e Digital Transformation Academy realizzati coinvolgendo 700 tra imprese e startup.
«Lungo il percorso di Open Innovation, l’ecosistema italiano si trova in una fase di maturazione intermedia» ha detto in apertura Alessandra Luksch, direttrice degli Osservatori Digital Transformation Academy e Startup Thinking. «Dopo diversi anni di sperimentazione, si rende ora necessario compiere un salto qualitativo: integrare l’Open Innovation nella strategia complessiva di innovazione e di business, adottando strumenti che consentano una misurazione continua dei risultati».
Investimenti nelle startup, l’anno della “consapevolezza”
A conferma dell’interesse verso l’innovazione e chi la produce ci sono intanto i dati, vitali e positivi, del venture capital italiano. Nel 2025 gli investimenti in equity per le startup hi-tech italiane raggiungono 1.456 milioni di euro, sostanzialmente stabili rispetto al 2024 (1.416 milioni, +2,8%), ma al di sotto della cifra record del 2022 (2.160 milioni). Una tendenza particolarmente positiva se consideriamo lo scenario internazionale, che vede, per esempio, il valore del mercato del venture capital europeo in diminuzione del 14% rispetto al 2024, stando ai dati Dealroom.
Il sistema tuttavia resta bloccato sui round late-stage e “collo di bottiglia” nella capacità di exit: IPO quasi assenti, poche operazioni di M&A, preferenza per restare legati al mercato domestico. Un’altra criticità è poi il gender gap. «Nel 2025, tra le fondatrici e i fondatori che hanno ricevuto finanziamenti, solo l’8% è donna. Il dato evidenzia l’esistenza di barriere di ingresso, come la predominanza di investitori maschi e la visione stereotipata dell’imprenditore come figura maschile».
Quanto alle categorie di investitori, sempre secondo lo studio, i fondi di venture capital indipendenti, corporate e pubblici mantengono un ruolo centrale e attività in linea con il 2024, mentre scendono del 3% gli investimenti da attori “informali” quali per esempio business angels, acceleratori e family office, complice il calo dell’equity crowdfunding (-9,2%). Di contro, il capitale internazionale cresce dell’8%, grazie anche alla spinta di aziende come Bending Spoons, ormai considerata un campione globale, seppur ancora un caso isolato o quasi rispetto al tessuto medio.
La speranza è che casi come questo possano fungere da volano per l’intero ecosistema, attirando capitali internazionali, divenendo una fucina di talenti e competenze, e contribuendo a costruire un’immagine del mercato italiano come luogo dove l’innovazione può scalare davvero.
Dal punto di vista startup il 2025 è per Antonio Ghezzi, direttore dell’Osservatorio Startup & Scaleup Hi-Tech, «l’anno della consapevolezza» per un paese che procede bene ma deve accelerare e superare adesso deficit strutturali fra i quali la difficoltà per le startup ad alto potenziale di trasformarsi in scaleup strutturate, la carenza di round significativi e di exit rilevanti. Il problema, ha aggiunto Andrea Rangone, responsabile scientifico dell’Osservatorio, non è la «quantità di innovazione, ma ciò che la circonda». Senza una trasformazione strutturale, dunque, l’Italia rischia di lasciare l’ecosistema incompleto.
Rangone ha illustrato tre fattori fondamentali per la svolta e cioè una maggiore integrazione tra università, ricerca e impresa, più investimenti istituzionali e una strategia europea armonizzata, nella quale rientra per esempio il progetto del “28th Regime”, un sistema normativo europeo armonizzato che la Commissione Ue prevede di valutare nel 2026. Per Giorgio Ciron, direttore di InnovUp, l’Italia dispone oggi di una coorte crescente di scaleup ben finanziate, potenziali futuri unicorni, ma per farle davvero maturare servirebbe anche maggiore supporto ai fondi domestici specializzati, semplificazione normativa e, soprattutto, una forte politica di internazionalizzazione.
Focus su digitale e IA
Guardando nel dettaglio alle attività delle imprese, in un’Italia che assiste a una crescita economica moderata se non stagnante, l’innovazione digitale resta intanto uno dei motori principali di competitività.
Nel 2026, hanno rilevato al Politecnico, il budget ICT delle aziende italiane crescerà dell’1,8% rispetto al 2025, con aumenti notevoli per piccole (+3,3%) e medie imprese (+5,2%) spinte dal PNRR.
Tra le grandi aziende, al primo posto nelle priorità di investimento in digitale si conferma ancora una volta la cybersecurity (indicata dal 65% delle imprese), ma quest’anno al secondo posto sale l’intelligenza artificiale (57%), che con le sue declinazioni di Generative AI e Agentic AI è sempre più di interesse in tutti i settori. Seguono poi Big Data Management – Business Intelligence (49%) e Cloud migration e governance (35%).
Tra le PMI, invece, le principali aree di investimento sono sicurezza informatica (45%), industria 4.0 (37%), Cloud (32%) e ERP (30%). Ma la piena consapevolezza dell’importanza del digitale non si traduce ancora in “adeguata capacità economica per gli investimenti in ICT”, si legge, con il 44% delle imprese che denuncia la scarsità di risorse come principale ostacolo.
«Tra le imprese e le startup italiane è ormai diffusa la consapevolezza di dover affrontare la trasformazione digitale in modo pervasivo, mancano però ancora adeguate risorse per sostenere gli investimenti necessari e capacità per mettere a terra questa convinzione», ha aggiunto Luksch.
Open innovation: tante iniziative, poca misurazione
In questo contesto, l’86% delle grandi imprese italiane ha adottato iniziative di open innovation, ma il fenomeno è ancora soprattutto inbound: le aziende cercano conoscenza all’esterno più di quanto valorizzano quella interna. Solo nel 20% dei casi il top management è proattivo e nel 17% si rileva una misurazione continua degli impatti.
«Nonostante l’ampia diffusione tra le imprese, l’ecosistema italiano è ancora in una fase intermedia del percorso di Open Innovation che, dopo anni di sperimentazione, deve compiere un salto di qualità – ha spiegato Stefano Mainetti, responsabile scientifico dell’Osservatorio Startup Thinking –. Le imprese devono integrare queste pratiche nella strategia complessiva di innovazione e di business, dotandosi di strumenti per misurare gli impatti in modo continuativo».
Nuovi ruoli e modelli per chi fa innovazione
Solo un’azienda su tre ha poi formalizzato una strategia per gestire l’innovazione. Il 40%, per esempio, ha creato una Direzione Innovazione, modello che si consolida anche grazie a figure come gli Innovation Manager e, sempre più, gli Open Innovation Manager. Tuttavia, permangono criticità nella definizione di budget e nella trasformazione culturale.
«Per adottare un approccio realmente maturo, oltre a ruoli e modelli organizzativi le imprese devono innanzitutto definire budget dedicati, l’elemento ancora di maggiore criticità – afferma Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio Digital Transformation Academy – e poi devono investire sulla trasformazione culturale e sullo sviluppo delle competenze, costruire processi organizzativi flessibili, monitorare e misurare gli impatti».
A emergere come vero “abilitatore” della crescita è l’intelligenza artificiale, il cui impatto è frenato soprattutto dalla carenza di skill (48%) e dalle difficoltà di adozione su larga scala. Il cambio di passo per trasformare la grande disponibilità di idee in innovazione tangibile resta la sfida chiave per tutto l’ecosistema italiano.
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