Il mondo dell’artigianato rimane un territorio poco esplorato dalla ricerca sociale ed economica. Nonostante la diffusione capillare e il ruolo nella tenuta produttiva di molti territori, raramente entra nel dibattito sulle trasformazioni in corso, soprattutto sul versante dell’innovazione. Questa mancanza di attenzione impedisce di cogliere come un settore così radicato affronti la doppia transizione digitale ed ecologica e sviluppi nuove capacità adattive.
È anche per questa scarsa conoscenza empirica che, nel tempo, si sono affermate narrazioni opposte e altrettanto parziali. La prima è quella declinista: una lettura che considera le imprese artigiane un residuo del passato, un universo di microaziende poco efficienti e afflitte da logiche familistiche. La seconda è quella rigenerativa, oggi maggiormente presente nella letteratura anglosassone, che attribuisce all’artigianato una funzione ambiziosa: recuperare senso al lavoro e dignità alle competenze manuali, difendere la qualità e la riconoscibilità dei prodotti. Entrambe colgono aspetti reali, ma nessuna restituisce la complessità del settore. I “declinisti” ignorano la capacità adattiva dell’artigianato e il ruolo delle economie di prossimità; i “rigenerativi” tendono a idealizzare troppo questo mondo, trascurandone i problemi strutturali e le zone d’ombra, come i bassi redditi, l’invecchiamento imprenditoriale e, in alcuni settori, l’evasione fiscale o la debolezza delle tutele del lavoro.
La questione diventa ancora più rilevante in Italia, dove l’artigianato è parte della nostra identità produttiva. In molti distretti, il sapere artigiano ha favorito la nascita del “made in Italy” e continua a sostenere filiere strategiche. Allo stesso tempo, la frammentazione dimensionale del sistema viene spesso indicata come una delle cause della bassa produttività nazionale, vista anche la consistenza di questo settore. Oggi le imprese artigiane sono 1,2 milioni (21% del totale; dati InfoCamere/Movimprese), gli addetti sono 2,7 milioni (14,5% dell’occupazione extra-agricola; dati Istat), di cui la metà dipendenti, e il valore aggiunto ammonta a 143 miliardi (8% del totale; dati Istituto Tagliacarne). Accanto alla presenza nei servizi, l’artigianato mantiene un profilo spiccatamente industriale: il 60% delle imprese opera nella manifattura e nelle costruzioni (soprattutto nelle regioni del Centro-Nord).
Negli ultimi due decenni il settore ha però attraversato trasformazioni profonde. Dopo una crescita fino al 2008, con oltre 100 mila imprese in più, negli anni successivi alla grande recessione ne sono scomparse oltre 250 mila (-17%), in particolare nei comparti più colpiti dalla crisi: manifattura, costruzioni, trasporti e magazzinaggio. La contrazione è proseguita anche nel periodo post-pandemico: sono diminuite sia le imprese artigiane con addetti sia gli imprenditori, mentre l’occupazione dipendente è aumentata. Questo andamento segnala un processo di riorganizzazione interna: sopravvivono soprattutto le realtà più solide, in grado di investire – anche in capitale umano – per restare competitive (Sistema Informativo Excelsior, Imprese artigiane, Indagine 2024). Parallelamente, l’aumento della dimensione media e la necessità di proteggere il patrimonio famigliare spingono molti imprenditori verso forme societarie più strutturate. Tuttavia, questi percorsi si scontrano con i vincoli della legge quadro sull’artigianato, ancora fondata su soglie rigide di dimensione e tipologia societaria (Cna, L’artigianato in Italia, 2024).
In questo quadro s’inserisce la ricerca promossa dall’Ente bilaterale dell’artigianato piemontese (Ebap) e realizzata dal Centro Luigi Bobbio dell’Università di Torino, che ha analizzato 1.222 imprese artigiane con dipendenti, esclusa l’edilizia (F. Ramella, G. Pessina e G. Scarano, Scenari artigiani 2025. L’artigianato piemontese tra continuità e trasformazione). Il caso piemontese è interessante perché unisce una forte tradizione manifatturiera a processi di trasformazione ancora in corso. L’indagine offre una fotografia più articolata di quanto suggeriscano le narrazioni prevalenti e consente di distinguere, senza contrapporle, due traiettorie evolutive.
Da un lato una quota non trascurabile del settore mostra segnali di difficoltà; dall’altro si consolida un nucleo di realtà dinamiche, capaci di investire e innovare. E, laddove s’innova, si cresce
La prima è quella tradizionale: imprese molto piccole, spesso a conduzione famigliare, guidate da titolari uomini, con età media elevata e radicate nei mercati locali. Queste realtà, pur affrontando fragilità strutturali, continuano a svolgere un ruolo essenziale nei territori, sia come presidio occupazionale sia come servizio di prossimità. La loro capacità di sopravvivenza, nonostante i vincoli e le crisi, è una forma di resilienza spesso sottovalutata.
La seconda traiettoria è quella del rinnovamento: una componente crescente di imprese di nuova generazione, nate negli ultimi anni, meno legate alla gestione famigliare, con più donne e titolari istruiti. La forza lavoro presente nel comparto artigiano, inoltre, è più giovane e la propensione alla formazione e alle assunzioni è più elevata di quanto si ritenga usualmente. Anche sul mercato, l’immagine di un artigianato chiuso e ripiegato su se stesso non regge: una parte significativa delle imprese piemontesi (circa un terzo) opera, direttamente o indirettamente, su mercati internazionali e compete valorizzando le competenze del lavoro, la qualità del prodotto/servizio e le relazioni con clienti e fornitori.
La trasformazione tecnologica è un altro elemento decisivo. Oltre la metà delle imprese ha effettuato investimenti nell’ultimo anno e la maggior parte ha introdotto innovazioni di prodotto o di servizio. La digitalizzazione, in particolare, sta procedendo con maggiore velocità di quanto spesso s’immagini: il 72% delle aziende artigiane raggiunge un livello almeno di base e il 21% un livello avanzato. Nel corso dell’ultimo triennio quasi il 40% ha migliorato il proprio livello di digitalizzazione, con progressi trasversali a tutti i settori e più accentuati tra le imprese di dimensioni maggiori e con titolari più giovani e istruiti.
Sul piano delle performance economiche, accanto ai due terzi di imprese stabili per fatturato e occupazione, emerge una crescente polarizzazione. Da un lato una quota non trascurabile del settore mostra segnali di difficoltà; dall’altro si consolida un nucleo di realtà dinamiche, capaci di investire e innovare. I fattori più associati a risultati positivi sono la maggiore dimensione aziendale, l’età più recente dell’impresa, il settore di attività e, soprattutto, gli investimenti in macchinari, innovazione e digitalizzazione. In altre parole: laddove s’innova, si cresce.
Un punto merita di essere sottolineato: le imprese che hanno beneficiato di una qualche forma di sostegno – attraverso finanziamenti o servizi pubblici, o supporto da parte di fornitori o consulenti – mostrano un tasso di miglioramento digitale quasi doppio rispetto alle altre (61% contro 35%). In un sistema produttivo così frammentato, la presenza di “beni collettivi per la competitività”, cioè servizi pubblici o privati avanzati e di qualità, può dunque generare un effetto leva fondamentale.
La cultura del mestiere continua a costituire una risorsa fondamentale, ma non è più sufficiente: diventa la base per un artigianato che vuole innovare senza perdere radicamento
La digitalizzazione non può ridursi a un insieme di incentivi tecnologici, né essere delegata esclusivamente al mercato. Gli esiti della transizione dipendono invece dalla formazione digitale dei lavoratori e dei piccoli imprenditori, che va supportata a livello decentrato, favorendo l’azione dei sistemi regionali e locali della digitalizzazione – basati sull’integrazione di attori collettivi pubblici e privati – senza i quali le politiche nazionali perdono efficacia. Un mercato lasciato a se stesso accentua le dinamiche winners take most tipiche delle fasi di accelerazione tecnologica, con il rischio di restringere ulteriormente la base produttiva del Paese. Per questo una politica industriale adeguata e place-based – fondata su servizi avanzati e beni collettivi territoriali – è essenziale per sostenere le Pmi nella transizione tecnologica e organizzativa, orientando la crescita verso uno sviluppo sostenibile, attento alla coesione sociale, alla tenuta e all’integrazione locale (specie nei centri minori e nelle aree interne) e a una più ampia inclusione socio-economica. In questo modo la crescita economica può diventare un processo anche inclusivo.
L’indagine mette in luce anche un aspetto spesso trascurato: l’attenzione verso finalità sociali e collettive. Molti artigiani, parlando degli scopi principali dell’impresa, si mantengono ancorati a una logica di mercato e indicano come obiettivi prioritari il profitto e la soddisfazione della clientela. Allo stesso tempo, attribuiscono alla propria attività anche funzioni di formazione e produzione di lavoro stabile e di qualità (90%), di inclusione sociale, di promozione del benessere della comunità locale e di tutela ambientale (32%). È una concezione del “fare impresa” che richiama il principio del valore condiviso proposto da Michael Porter e Mark Kramer sulla “Harvard Business Review”: migliorare i prodotti e i servizi contribuendo al benessere delle comunità locali (Creating Shared Value, 2011). Questa sensibilità è maggiormente presente tra i titolari più giovani e con istruzione superiore, confermando come l’apertura generazionale e culturale possa rappresentare un fattore di rinnovamento.
Il caso piemontese permette dunque di guardare all’artigianato italiano con uno sguardo meno stereotipato. Il settore è attraversato da due dinamiche: una più ancorata alla tradizione e una orientata al cambiamento – più giovane, femminile e digitale. La cultura del mestiere continua a costituire una risorsa fondamentale, ma non è più sufficiente: diventa la base per un artigianato che vuole innovare senza perdere radicamento.
La sfida per i prossimi anni sarà ridurre la distanza tra queste due anime. Le politiche pubbliche dovrebbero agire contemporaneamente su due piani: da una parte, sostenere – anche mediante le associazioni e le istituzioni della bilateralità artigiana, che godono di una buona legittimazione nel settore – la competitività, attraverso investimenti in competenze, tecnologie e accompagnamento personalizzato; dall’altra, valorizzare la funzione sociale delle imprese di prossimità, come presidio di coesione territoriale, inclusione e sostenibilità. Solo così l’artigianato potrà continuare a essere un laboratorio di sviluppo locale capace di interpretare le trasformazioni del presente e contribuire al futuro del Paese.
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