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Oriente Occidente di Rampini | Gli ammiratori mondiali della Cina hanno una nuova Bibbia (e la studiano anche alla Casa Bianca)

DiAdessonews

Dic 1, 2025 #Accelerando, #act, #Alibaba, #alibaba tencent, #alla, #ambiente, #ammiratori, #anche, #and, #apparato, #Artificiale, #aspetti, #autrice, #aziende, #Banche, #batterie, #bianca, #bibbia, #biden, #Big, #BIG TECH, #bisogna, #bolle, #bolle immobiliari, #cambio, #campioni, #campioni nazionali, #capace, #capacità, #capire, #capitalismo, #capitolo, #CASA, #cavallo, #centrale, #China, #china playbook, #cina, #cina costruito, #cina modello, #cinese, #cinesi, #ciò, #classico, #colloca, #commerce, #commercio, #competitivo, #competizione, #completa, #COMUNISTA, #concorrenza, #conquista, #consumatori, #costruito, #crea, #creando, #creato, #credito, #crescere, #crescita, #crisi, #curiosità, #debiti, #debiti locali, #decenni, #decentramento, #decentramento competitivo, #definire, #definire priorità, #della, #descrive, #Dettaglio, #digitale, #digitali, #dinamica, #dirigismo, #diverse, #Dure, #economia, #economica, #economico, #economista, #economista cinese, #ecosistema, #Elettrici, #emergenti, #enigma, #enorme, #entra, #esperimenti, #export, #fasi, #fasi iniziali, #filiere, #finanzia, #finanziare, #finanziario, #fintech, #Fondi, #Fondo, #forme, #forte, #genera, #Giappone, #Gli, #governi, #governi locali, #grandi, #HANNO, #harvard, #hi, #Hi-tech, #Hong, #Hong Kong, #Huawei, #ibrida, #idea, #imitare, #imitato, #Immobiliari, #imprenditori, #Imprenditorialità, #imprese, #industriale, #influenza, #infrastrutture, #infrastrutture urbanizzazione, #iniziali, #innovazione, #innovazione jin, #insiste, #Intelligenza, #Intelligenza Artificiale, #interno, #interpreta, #investimenti, #investimento, #investire, #istituzionali, #istruzione, #istruzione privata, #jin, #jin cinese, #jin descrive, #jin insiste, #libro, #locali, #Meccanismo, #mercato, #modello, #mondiale, #mondiali, #nazionali, #new, #nuova, #nuove, #occidentale, #occidentali, #Occidente, #Oriente, #Paesi, #Pechino, #piattaforme, #politica, #politica industriale, #politiche, #politico, #potere, #priorità, #privata, #privato, #progetti, #pubblico, #pur, #Rampini, #ricerca, #rispetto, #ruolo, #semiconduttori, #Settore, #settore privato, #sistema, #sistema cinese, #soprattutto, #sostiene, #spiega, #strategiche, #strategico, #strutturale, #studiano, #studiato, #Sud, #Tech, #tecnologica, #Trump, #una, #uniti, #veicoli, #veicoli elettrici, #vincitori
Oriente Occidente di Rampini | Gli ammiratori mondiali della Cina hanno una nuova Bibbia (e la studiano anche alla Casa Bianca)


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Che sia merito di Donald Trump oppure no, la Cina fa proseliti nel mondo. Crescono i suoi ammiratori. Anche in seno agli Stati Uniti. Si sta ripetendo un fenomeno che avvenne negli anni Settanta e Ottanta con il Giappone: il successo crea invidia, risentimento, paura, ma anche curiosità, emulazione, voglia di imitare il modello vincente. In particolare, la ricetta cinese che conquista rispetto, e altri cercano di replicare, è la politica industriale: l’armamentario di strumenti con cui uno Stato può migliorare la competitività delle sue imprese, allevarne di nuove, stimolare l’innovazione, sostenere la conquista di mercati internazionali. La politica industriale non l’ha inventata la Cina. Varie forme di sostegno pubblico alle imprese furono sperimentate di volta in volta negli Stati Uniti (spesso con una sinergia tra settori civili e militari), in Germania, nell’Italia degli anni Sessanta, e soprattutto in Giappone: quest’ultimo imitato da tutti gli altri «dragoni asiatici» come Hong Kong, Singapore, Corea del Sud, Taiwan. La Cina è l’ultima arrivata in questa lunga tradizione. Però i suoi successi sono i più recenti e i più spettacolari. Sicché le stesse Amministrazioni Biden e Trump in parte stanno copiando ricette cinesi, vedi i sussidi per industrie strategiche dell’Inflation Reduction Act del Chips Act (Biden) o le prese di partecipazioni statali in aziende minerarie e nei semiconduttori (Trump). E’ un terreno su cui il soft power cinese è realtà: la capacità di esercitare un’influenza culturale, esportando il proprio modello.

Per trovare la definizione più completa e aggiornata del «modello cinese”», oggi c’è una nuova Bibbia. Si chiama «The New China Playbook – Beyond Socialism and Capitalism». L’autrice Keyu Jin è un’economista cinese nata a Pechino nel 1982. È una esponente tipica della nuova generazione della nomenclatura comunista: competente, qualificata, agguerrita e nazionalista, capace di difendere il regime in modo intelligente e di esibire un glamour cosmopolita. È una «principessina», come vengono definiti i rampolli dei gerarchi comunisti: suo padre Jin Liqun è stato ministro e banchiere in numerose istituzioni finanziarie, tra cui il «braccio creditizio» delle Nuove Vie della Seta, l’Asian Infrastructure Investment Bank. Lei ha studiato e vissuto a lungo negli Stati Uniti: ha conseguito master e dottorato in economia ad Harvard (dove ha studiato anche la figlia di Xi Jinping). Dopo il PhD è entrata alla London School of Economics, dove è stata docente per quindici anni. Oggi è professore di finanza alla Hong Kong University of Science and Technology e mantiene affiliazioni accademiche con Harvard. È stata consulente per Banca Mondiale, Fondo monetario internazionale e perfino per la Federal Reserve. La sua figura è tipica di una élite sino-globale, a cavallo tra Pechino, Londra e New York. Per aggiungere un dettaglio piccante: fu concupita (invano) dall’economista ed ex ministro Larry Summers, che nel tentativo di sedurla chiese consiglio a Jeffrey Epstein, una torbida vicenda tornata a galla di recente.




















































Ma vengo al libro, una monumentale e documentatissima apologia del modello politico-economico della Repubblica Popolare, condito con qualche benevola critica che aiuta a rendere il saggio più credibile per il pubblico occidentale. Il punto di partenza dell’autrice è «l’enigma Cina»: come ha fatto un Paese ancora povero alla fine degli anni Settanta a diventare, in pochi decenni, la seconda economia mondiale senza seguire né il modello socialista classico né il capitalismo liberale occidentale? Jin sostiene che per capirlo bisogna smettere di applicare categorie preconfezionate e guardare dall’interno il funzionamento concreto del sistema cinese. Il suo obiettivo dichiarato è «demistificare» l’economia della Repubblica Popolare, contro stereotipi occidentali ormai datati e letture catastrofiste sulla sua imminente implosione.

Nel ricostruire il «miracolo economico» dal 1978 in poi, Jin insiste su tre elementi intrecciati: l’eccezionale capacità dello Stato, la competizione decentrata tra governi locali e la disponibilità della popolazione a tollerare alti tassi di risparmio e sacrificio in cambio di mobilità sociale. Secondo lei, la Cina ha creato una forma ibrida: un’economia di mercato con forte intervento pubblico, nella quale lo Stato non è soltanto regolatore ma anche azionista, pianificatore e sperimentatore, mentre il mercato resta il meccanismo principale per allocare risorse e selezionare i vincitori.

Un capitolo centrale è dedicato ai consumatori e alle nuove generazioni urbane. La crescita degli ultimi vent’anni ha prodotto una vasta classe media, concentrata nelle grandi metropoli costiere, giovane, connessa, digitale. Jin descrive un consumatore cinese sempre più sofisticato, che spende in servizi, istruzione, viaggi, prodotti di marca nazionali, e che vive dentro un ecosistema digitale dominato da piattaforme come Alibaba, Tencent, Meituan, con e-commerce e pagamenti mobili che hanno trasformato la quotidianità più che in molti paesi occidentali. Questa dinamica, sostiene, sta spingendo la Cina verso un modello più trainato dalla domanda interna, dopo la fase in cui l’export e l’investimento pubblico erano i motori quasi esclusivi.

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Il libro entra poi nella “giungla” delle imprese cinesi. Jin rifiuta sia l’immagine di un capitalismo di stato monolitico, sia quella di un settore privato oppresso e impotente. Propone invece l’idea di una simbiosi: le imprese private hanno goduto di grande libertà sperimentale, soprattutto nelle fasi iniziali di liberalizzazione, approfittando di regolazioni incomplete e di una competizione feroce; allo stesso tempo restano subordinate all’ultima parola del Partito-Stato, che può intervenire con dure campagne regolatorie, come si è visto nei casi delle big tech o dell’istruzione privata. Nel suo racconto, però, questi interventi non annullano il dinamismo imprenditoriale: lo disciplinano, lo reindirizzano verso obiettivi ritenuti strategici, per esempio l’innovazione tecnologica o la riduzione di certe diseguaglianze sociali.

L’analisi del rapporto tra Stato e mercato è uno dei passaggi più caratteristici. Jin descrive un apparato pubblico capace di definire priorità di lungo periodo – infrastrutture, transizione verde, tecnologie di frontiera – e di mobilitare risorse tramite banche di Stato e governi locali. Il decentramento, con competizione tra province e città per attirare investimenti, è presentato come un potente motore di innovazione: una sorta di torneo permanente fra amministratori, premiati in base alla crescita e alla capacità di attrarre progetti. Per Jin, questo «decentramento competitivo» spiega l’enorme varietà di esperimenti economici e istituzionali nelle diverse regioni, dai parchi hi-tech alle zone di libero scambio.
Nel capitolo sul sistema finanziario, l’autrice riconosce opacità, presenza di banche ombra e accumulo di debiti locali, ma insiste sugli aspetti funzionali: il controllo pubblico del credito ha permesso di evitare crisi sistemiche come quella del 2008, e di finanziare infrastrutture e urbanizzazione a ritmi senza precedenti. L’idea di fondo è che la Cina abbia costruito un «finanziamento guidato dallo Stato» che, pur inefficiente in alcuni segmenti, ha sostenuto la crescita e ora può essere gradualmente ribilanciato per favorire più consumo interno e un settore privato ancora più dinamico.

La parte sulla corsa tecnologica colloca la Cina in prima linea su intelligenza artificiale, 5G, Fintech, piattaforme digitali, veicoli elettrici e tecnologie sostenibili. Jin sostiene che le sanzioni occidentali, in particolare statunitensi, pur creando problemi di breve periodo, stanno costringendo Pechino a investire di più in ricerca e sviluppo domestica, accelerando una traiettoria di autosufficienza tecnologica. Nei suoi esempi, aziende come Huawei e i grandi gruppi dei semiconduttori sono il simbolo di un ecosistema che reagisce alle restrizioni esterne con una spinta innovativa ancora maggiore.

Sul piano esterno, Jin discute la trasformazione del ruolo della Cina nel commercio mondiale: da «fabbrica del mondo» a nodo centrale di catene del valore più complesse, con un crescente peso nei servizi, nelle piattaforme digitali e negli scambi Sud-Sud. Tratta anche il ruolo finanziario, ancora limitato rispetto alla dimensione dell’economia: il renminbi è lontano dal sostituire il dollaro, ma sta guadagnando spazio nel commercio regionale e nei progetti con i paesi emergenti. Jin invita a non leggere la competizione con gli Stati Uniti in termini di decoupling (divorzio) totale: immagina piuttosto una ristrutturazione delle interdipendenze, in cui la Cina mantenga una forte integrazione economica con il mondo pur costruendo maggiore resilienza strategica.

Il libro si chiude con una proposta di «nuovo paradigma»: superare l’ossessione per l’unicità del modello occidentale e ammettere che la modernità può assumere forme diverse. La Cina, nel racconto di Jin, rappresenta una via alternativa che combina meritocrazia tecnocratica, capitalismo di stato, imprenditorialità diffusa, valori confuciani e nuove aspirazioni individuali. Non propone la Cina come modello da imitare, ma come caso da capire senza pregiudizi. Per l’Occidente, questo richiede un cambio di sguardo: meno demonizzazione, più curiosità analitica; per Pechino, implica riconoscere che la sua stessa stabilità dipende dall’aprire di più il sistema a innovazione, iniziativa privata e miglioramento del Welfare.

Il tono è ottimista: Jin non nega gli squilibri – bolle immobiliari, invecchiamento, debiti locali, frizioni con il mondo – li considera gestibili all’interno della capacità adattiva del sistema cinese, più che come segnali di fragilità strutturale destinata a sfociare in crisi.

Vengo al tema più studiato e imitato in Occidente: la politica industriale. Jin rifiuta l’idea che Pechino applichi una strategia industriale monolitica, rigidamente centralizzata, o che i suoi “campioni nazionali” siano prodotti di un dirigismo onnipotente. Descrive invece una divisione del lavoro tra Stato e mercato, in cui il primo fissa obiettivi strategici e il secondo genera sperimentazione, concorrenza e innovazione. Il punto di partenza è che la Cina, per ragioni storiche, demografiche e istituzionali, non ha potuto permettersi un laissez-faire. Doveva crescere rapidamente, colmando un gap tecnologico enorme, e lo ha fatto mobilitando in modo pragmatico sia le forze di mercato sia l’apparato statale. Secondo Jin, lo Stato cinese funziona come un architetto che disegna la traiettoria generale dello sviluppo. Non decide ogni dettaglio — spesso, dice l’autrice, non ne avrebbe neppure la competenza — ma stabilisce priorità strategiche: infrastrutture, urbanizzazione, digitalizzazione, energie verdi, semiconduttori, intelligenza artificiale, veicoli elettrici. 

Jin insiste su un argomento classico di Xi Jinping e di tutta la tradizione comunista: lo Stato cinese ha orizzonti temporali più lunghi rispetto ai governi occidentali, perché non è prigioniero di cicli elettorali o di rigidità istituzionali. Questo, scrive, consente a Pechino di investire per decenni in settori ancora immaturi o rischiosi. Esempio tipico: le infrastrutture digitali e i sistemi di pagamento mobile. Lo Stato ha sostenuto gli investimenti iniziali, creando l’ambiente in cui aziende come Alibaba e Tencent potessero crescere. Il decentramento competitivo per lei è un meccanismo di selezione darwiniana. Un tratto distintivo, secondo Jin, è la competizione tra governi locali. Province e città sono «laboratori» che sperimentano regolazioni, politiche industriali, incentivi fiscali, parchi tecnologici, incubatori. Lo Stato centrale osserva, valuta i risultati e poi estende su scala nazionale ciò che ha funzionato. È, nelle parole dell’autrice, un processo evolutivo più che pianificato rigidamente. Questo meccanismo darwiniano spiega, secondo Jin, perché la Cina sia riuscita a generare così tanti poli hi-tech diversi: Shenzhen nell’hardware e nelle telecomunicazioni, Hangzhou nell’e-commerce, Shanghai nel fintech, Pechino nell’intelligenza artificiale. La concorrenza fra governi locali crea un ambiente intenso, a volte spietato, ma estremamente fertile per gli imprenditori. Jin sottolinea un aspetto chiave: la Cina ha costruito un modello in cui lo Stato agisce come investitore paziente. Le banche pubbliche, i fondi d’investimento controllati da governi locali, le politiche di credito agevolato, formano un ecosistema che finanzia start-up tecnologiche, grandi imprese strategiche, progetti pilota in infrastrutture e energia, filiere emergenti (come le batterie o l’IA). 

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Al contrario del mito occidentale secondo cui lo Stato cinese «sceglie i vincitori dall’alto», Jin spiega che di solito finanzia una moltitudine di potenziali vincitori, lasciando poi che il mercato selezioni quelli davvero competitivi. Ciò che l’Occidente interpreta come «dirigismo» è, agli occhi di Jin, un modello di venture capital pubblico diffuso. Jin non fa una celebrazione acritica dei campioni nazionali; li colloca in un contesto complesso. Per capire il gigante delle telecomunicazioni Huawei, dice, bisogna ricordare tutta la sua storia. La spinta originaria del mercato. Huawei nasce in un settore iper-competitivo, senza protezioni particolari. Negli anni Novanta e Duemila deve convincere clienti esteri — spesso in paesi poveri o emergenti — prima che Pechino inizi a considerarla un asset strategico. Questa dinamica, scrive Jin, contraddice la narrativa secondo cui Huawei sarebbe un prodotto creato «in laboratorio» dal Partito comunista. Lo Stato supporta l’azienda — attraverso credito, ricerca congiunta, politiche di export — solo dopo che il mercato ha dimostrato la sua forza competitiva. Non è un favoritismo arbitrario: è la decisione di investire su un cavallo che ha già vinto alcune corse.

 Il ruolo della politica industriale? Una volta individuato un campione nazionale, lo Stato interviene in tre modi: finanziamenti massicci in ricerca, spesso attraverso programmi come i grandi fondi per i semiconduttori; standardizzazione e regolazione favorevole, ad esempio accelerando l’adozione del 5G; protezione selettiva, come scudo contro shock esterni (sanzioni, restrizioni tecnologiche). Per Jin, Huawei non è il simbolo dell’autoritarismo economico; è l’incarnazione della strategia ibrida: mercato + Stato + innovazione nazionale.

Jin analizza la grande stretta regolatoria del 2020–2022 sulle big tech cinesi. Qui la sua lettura differisce da quella dominante in Occidente. Secondo molti analisti occidentali, quella stretta è stata una dimostrazione brutale del potere politico, dannosa per l’innovazione. Jin invece la interpreta come un tentativo — mal comunicato, talvolta improvviso — di contenere rischi sistemici, ridurre monopoli troppo dominanti, riequilibrare il potere a favore dei consumatori, limitare l’influenza di piattaforme percepite come troppo disallineate rispetto alle priorità sociali (ad esempio l’istruzione privata). Non nega che ci siano stati eccessi, incertezza e costi enormi; ma sostiene che l’obiettivo strutturale non fosse danneggiare il settore privato, bensì ridirigere il capitale verso filiere ritenute più strategiche: batterie, veicoli elettrici, robotica, green tech, semiconduttori.

Un ecosistema di imprenditorialità «assistita» è il risultato odierno. Il messaggio centrale di Jin è che lo Stato cinese non vuole sostituire il mercato; vuole incanalarlo. La sua formula potrebbe essere riassunta così: «Lasciare che mille startup competano, ma guidare il fiume verso il mare che riteniamo strategico». In pratica: gli imprenditori godono di margini amplissimi nelle fasi iniziali («periodi di caos creativo»); quando emergono innovazioni promettenti, lo Stato entra per finanziare, scalare, standardizzare; una volta consolidato un settore, arrivano norme più rigide per ridurre rischi e comportamenti predatori.

Jin ammette che esiste un rischio strutturale: uno Stato così potente può sbagliare nel definire le priorità, può reprimere troppo, può soffocare l’innovazione. Lo riconosce apertamente, soprattutto nei passaggi dedicati ai debiti dei governi locali, alle bolle immobiliari, al pericolo che l’eccesso di pianificazione neutralizzi la creatività. Ma insiste che il sistema cinese è auto-correttivo: quando una politica fallisce, viene ritirata, modificata, rilanciata altrove. Il decentramento competitivo genera una pluralità di esperimenti che riduce il rischio di errori sistemici.
Le recensioni favorevoli ne sottolineano la capacità di smontare cliché e di ricordare che la Cina non è soltanto un avversario strategico ma anche un laboratorio economico di prima grandezza. Le recensioni più dure, invece, avvertono che Jin sorvola sugli aspetti più problematici del potere cinese, rendendo la sua ricostruzione preziosa come mappa economica, ma insufficiente come anatomia completa del sistema politico-sociale.

1 dicembre 2025, 18:49 – modifica il 1 dicembre 2025 | 18:59

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