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Legno, prezzi alle stelle e boschi in crisi: la filiera italiana scricchiola dopo la tempesta Vaia


di
Giorgia Bollati

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All’asta il legname raddoppia di prezzo: la materia prima scarseggia, le segherie rallentano e i boschi italiani invecchiano male. Conlegno: «Servono gestione e pianificazione»

Venerdì 17 ottobre, in un’asta promossa dalla Camera di Commercio di Trento, un bosco che fino a poco tempo fa costava 50 euro al metro cubo è stato aggiudicato a 120 euro come «legname in piedi». Per le segherie acquistare quel legno vorrà dire farlo a un prezzo ancora superiore. Ma molte imprese italiane non riescono più a sostenere costi di questo livello, e reperire materia prima di qualità diventa sempre più difficile. 

Il problema è strutturale: la legna è poca e cara, e anche le ditte boschive e le segherie sono sempre meno. Così le fondamenta della filiera scricchiolano e le aree periferiche vengono progressivamente abbandonate. Tre i fattori che secondo un report interno del consorzio Conlegno riassumono la crisi: «prospettive economiche di bassa crescita, scarsità cronica di offerta e le incognite legate al nuovo Regolamento europeo sui prodotti a deforestazione zero (Eudr)». 




















































Il dopo Vaia

Il Trentino, regione di riferimento per il settore, è emblematico. Dopo la tempesta Vaia, che nel 2018 ha abbattuto 14 milioni di alberi, «la capacità di taglio è triplicata, arrivando a 1,2 milioni di metri cubi», spiega Sebastiano Cerullo, segretario generale di Conlegno. «Ma oggi il legname caduto è stato raccolto e le scorte stanno finendo. Il bosco locale non basta più a mantenere attive le segherie: bisogna acquistare in altre regioni». 

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Da Vaia sono passati sette anni e il bostrico, un coleottero che uccide gli alberi infilandosi sotto la corteccia e che ha infestato il triveneto, quest’anno mostra numeri ridotti (-330 mila metri cubi di legname colpiti in poco più di un terzo del territorio rispetto a 2023-2024, secondo il Portale del legno trentino). Ma i tempi di ricrescita di un bosco viaggiano nell’ordine dei decenni. Un larice di due anni è alto circa 20 centimetri, un abete rosso poco più. 

Il problema è europeo

«Il problema è europeo», prosegue Cerullo. «I tronchi sono sempre più cari e molte imprese riducono i turni di lavoro, limitandosi agli imballaggi. Inoltre, manca manodopera specializzata: tagliare tronchi è un mestiere duro e poco remunerato, soprattutto in Italia». Una parte della crisi, infatti, nasce dalla gestione dei boschi. «Dopo la Seconda Guerra Mondiale sono stati piantati molti alberi per difesa idrogeologica» spiega Antonio Brunori, segretario generale di Pefc Italia, organizzazione globale per la certificazione della gestione sostenibile dei boschi, e dottore forestale. «La maggioranza di questi boschi, però, non è stata gestita e diradata, così le piante sono cresciute fitte e con tanti rami che riducono la qualità tecnologica del legname ricavato per i tanti nodi presenti. Austria, Francia e Slovenia, invece, diradano con costanza gli alberi, che crescono con pochi rami e pochi nodi e hanno legno adatto alle costruzioni e di alta qualità tecnologica». 

Il cambiamento climatico

Secondo il report Conlegno, però, in futuro potrebbe aggiungersi in maniera più forte la variabile «cambiamento climatico» colpendo, in particolare, la Germania. Già tra 2021 e 2022 si è passati da 1.206 a 1.015 milioni di metri cubi di legno di abete rosso (materia prima per le costruzioni), e le stime per il futuro prevedono un residuo di soli 500 milioni di metri cubi per il 2050 e di 300 milioni di metri cubi per il 2100. E, allora, le segherie più piccole potrebbero essere anche più adattabili. «Per l’Italia si prevede un calo di “solo” il 25% che, unito alla maggiore flessibilità delle segherie», prosegue Cerullo, «ci dà un grande margine di miglioramento nell’organizzazione del settore. Bisognerà mappare le aree più adeguate al prelievo, pianificare con criterio i lavori e formare i giovani per rafforzare la filiera». 

Secondo Conlegno specie come l’abete rosso perderanno centralità e ne andranno favorite altre più resistenti o adatte al nuovo clima, come pino silvestre, faggio, castagno e altre latifoglie presenti anche lungo l’Appennino, creando nuove filiere e convertendo parte delle lavorazioni. 

Aumenta l’importazione di legno lamellare

Ad oggi però la maggiore capacità di acquisto consente alle imprese boschive d’oltralpe di comprare i boschi in piedi in Italia e rivenderci il nostro stesso legname segato a prezzi concorrenziali. Da gennaio a maggio, l’Italia ha importato 275.000 metri cubi di legno lamellare, ovvero il 5% in più rispetto allo stesso periodo del 2024. Questo è anche il terzo volume più grande mai registrato. «Importiamo materia prima legno e la esportiamo come prodotto di design di alto livello», commenta Brunori. «Ma con una corretta pianificazione dei boschi potremmo avere una filiera più solida, con segherie a regime e materia prima di qualità locale. E gestendo il bosco potremmo contenere il rischio di frane e di incendi e aumentare produzione e accumulo di acqua, difesa del suolo e assorbimento di CO2. I boschi certificati garantiscono che il territorio sia in salute. Solo rispetto alle frane, i costi evitati da una buona gestione sono dell’ordine del milione di euro all’ettaro». 

Le fondamenta di una filiera virtuosa

Pianificazione, taglialegna, segherie. Queste le fondamenta di una filiera del legno solida e virtuosa che porta beneficio al Paese. «Le segherie in Italia sono diminuite nel 900 passando da 10 a una», spiega Marco Bussone, che oltre a essere presidente di Pefc Italia è presidente di Uncem, Unione Comuni Comunità ed Enti Montani. «E hanno causato un progressivo abbandono dei territori montani. La crisi delle segherie è la crisi sociale dei territori. Quelle rimaste sono principalmente nel Nordest, con qualche centro nel resto delle Alpi e pochissime lungo gli Appennini. Occorre maggiore sostegno alle imprese di boscaioli da parte dello Stato e la progressiva unione dei proprietari forestali privati in consorzi in grado di organizzare la gestione del territorio per avere una pianificazione, che non vuol dire tagliare ma sapere cosa fare dove. E poi farlo».

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