Il mondo del Terzo settore lo aspettava da una vita, e tra poco sarebbero passati due anni da quando l’Europa stessa lo aveva sollecitato con una specifica «Raccomandazione» nel 2023. Adesso almeno il primo passo è fatto: anche l’Italia ha un Piano nazionale dell’economia sociale. Il testo è contenuto all’interno della manovra finanziaria 2026 approvata dal Governo.
Il mondo del Terzo settore lo aspettava da una vita, e tra pochi giorni sarebbero passati due anni da quando l’Europa stessa ne aveva sollecitato la creazione con una specifica «Raccomandazione» del Consiglio europeo datata 27 novembre 2023. Adesso almeno il primo passo è fatto: anche l’Italia ha un «Piano nazionale dell’economia sociale». Il testo è contenuto all’interno della manovra finanziaria 2026 approvata dal Consiglio dei ministri. Sono 39 pagine di istruzioni volte a «valorizzare le peculiarità del modello italiano con l’obiettivo di promuovere condizioni favorevoli affinché le organizzazioni dell’economia sociale possano prosperare con un impatto trasformativo sulla società».
Molti sono buoni propositi, altre però sono indicazioni precise. A cominciare da quella per l’istituzione di una Direzione generale – presso il Ministero dell’economia – con il compito di coordinare al meglio il sostegno a quel mondo variegato che appunto è il Terzo settore in Italia: una «pluralità» – si legge nel testo – che richiede «una regìa leggera ma presente, capace di favorire sinergie tra i diversi attori e i diversi livelli, nazionale e territoriale; una regìa che assuma la co-progettazione e il partenariato come strumenti ordinari e non eccezionali».
Certo, siamo ancora alla fase preliminare: gli Enti di terzo settore avranno la possibilità di fare le loro osservazioni sul testo e quest’ultimo dovrà poi essere approvato in via definitiva. Ma alcuni elementi di cornice sono fissati: il Piano avrà «durata decennale dal momento della sua approvazione e prevede una revisione di medio termine dopo i primi cinque anni». È la stessa durata del Piano europeo: che però esiste già dal 2021 e scadrà quindi nel 2031. Dell’attuazione di quello italiano «sarà responsabile, per quanto di competenza del Ministero dell’economia e delle finanze, l’apposita struttura amministrativa istituita a tale scopo» con l’appoggio di un «organismo che darà seguito al lavoro di un tavolo tavolo tecnico» con mandato, modalità operative e composizione da definirsi «con decreto ministeriale entro 60 giorni dall’approvazione del Piano stesso». Di seguito i contenuti principali.
«Fondamentale – si legge nel testo – che le politiche pubbliche di sostegno all’economia civile siano coordinate» e a questo scopo «potrebbe risultare opportuna la costruzione di un’architettura istituzionale unitaria». Con una Direzione generale deputata al monitoraggio e alla «realizzazione di tutte le azioni necessarie all’attuazione del presente Piano». Il testo ricorda la peculiarità del non profit italiano, citando gli oltre gli oltre 4,3 milioni di realtà che lo compongono e gli 11,5 milioni di persone che ci lavorano.
Dopodiché il Piano affronta, uno per uno, tutti gli aspetti legati al sostegno dell’economia sociale. A partire dal tema fiscale, ricordando in primo luogo la Comfort letter con cui l’Europa aveva riconosciuto mesi fa che i princìpi previsti dal Codice del Terzo settore in materia di tasse non rappresentano un «aiuto di Stato». Poi il nodo dell’Irap e la precisazione che «un’azione da porre in essere potrà consistere nel ridurne parzialmente l’onere economico» nei confronti degli enti, così come in tema di Iva «appare opportuno un intervento legislativo che garantisca un maggior coordinamento» e «una ulteriore azione che potrà consistere nell’introduzione di meccanismi di semplificazione per gli enti dell’economia sociale». Stessa attenzione viene promessa parlando di Imu e di altri aspetti fiscali più specifici: «Un impegno da assumere nei confronti degli enti dell’economia sociale – si legge tra l’altro – consiste nel non estromettere (anche solo di fatto) tale categoria di contribuenti dalle evoluzioni più recenti del sistema fiscale italiano che sta introducendo strumenti di compliance preventiva e di dialogo premiale con il Fisco».
E ancora. «L’azione dell’economia sociale si lega fortemente al concetto di sostenibilità» e pertanto «sono ipotizzabili incentivi o agevolazioni correlate a indicatori e rendicontazioni che vadano a misurarne l’impatto reale», compresi aiuti per «l’elaborazione della rendicontazione di sostenibilità». E ancora: «In un orizzonte temporale di medio periodo si potrebbe porre l’obiettivo di pervenire a una nomenclatura (evidentemente armonizzata a livello europeo e internazionale) specifica delle attività riconducibili all’economia sociale». E lotta alla povertà energetica: «Occorre promuovere e valorizzare la nascita dei nuovi soggetti dell’economia sociale, come le Comunità energetiche rinnovabili (Cer) e le cooperative di utenti in ambito energetico, quali strumenti per l’incremento di fonti di energia rinnovabile a livello locale e quale mezzo per favorire l’accesso a fonti energetiche rinnovabile a prezzi accessibili». E ancora: impegno a sostenere la cooperazione agroalimentare, l’attuazione del Pilastro dei Diritti Sociali, l’intento di introdurre «riserve di destinazione obbligatoria a vantaggio di progetti o iniziative proposte e realizzate da soggetti dell’economia sociale».
Il Piano si propone inoltre di «rafforzare il Partenariato economico e sociale per garantire il suo effettivo coinvolgimento nelle decisioni operative per l’attuazione delle politiche di coesione». Riconosce l’importanza dell’economia sociale e quindi l’opportunità di sostenerla in tema di transizione e cambiamento demografico, innovazione in tutti gli ambiti, dalla cultura alla lotta contro lo spopolamento. Si impegna al «consolidamento delle forme di amministrazione condivisa», con un paragrafo particolare in più che tocca un aspetto specifico: «Al fine di conciliare e armonizzare il principio di utilità sociale con il principio di concorrenza, un’ulteriore azione potrò tradursi nell’attivazione di politiche di sensibilizzazione volte a promuovere l’utilizzo di strumenti pro-concorrenziali anche da parte dei soggetti dell’economia sociale», anche supportando e incoraggiando «il ricorso agli affidamenti riservati» e «la concessione» per «permettere agli enti dell’economia sociale di generare valore aggiunto».
Ulteriori capitoli: promozione del ruolo del volontariato; valorizzazione dell’economia sociale nelle politiche del lavoro (per esempio prevedendo sostegno al fenomeno dei workers buyout); incoraggiamento all’innovazione sociale (tra i diversi esempi citati, il rilancio dell’istituto delle startup a vocazione sociale); la volontà di favorire l’accesso al credito finanziario per le realtà dell’economia sociale; la promozione del ruolo della filantropia; il sostegno a «partnership tra economia sociale e imprese tradizionali».
Un paragrafo in particolare è dedicato alla formazione: «L’economia sociale è scarsamente presente nei percorsi formativi» e tale carenza attualmente «si ripercuote negativamente sulla creazione di nuove organizzazioni dell’economia sociale», anzi «per molti giovani il mancato incontro con le forme e i principi dell’economia nel proprio percorso formativo riduce l’ambito delle scelte possibili». Un punto a cui il Piano si impegna a trovare rimedio.
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